Quasi primavera

Scritto ispirato dal poema Frühlingsglaube di Ludwig Uhland (1787 – 1862) e dall’ascolto dell’album Tredici canzoni urgenti di V. Capossela

Prima guardavamo la TV e un po’ ci riconoscevamo.

Certo, non tutto ci rappresentava. Ho detto un po’.

Poi sono iniziate le notizie in coro,

tutti quanti in un coro sguaiato.

E non ci riconoscevamo più.

Non ci rappresentavano più i notiziari.

Non ci rappresentavano più i programmi culturali.

Ma neanche quelli di cucina e il meteo.

Spenta la TV. Buttata via

dalla finestra.

Allora le notizie le abbiamo cercate altrove.

Nei canali, nei siti, nelle onde dissidenti

e, a dir loro, indipendenti.

Abbiamo trovato voci amiche, voci sobrie e

voci esagerate.

Tante voci, tutte le voci.

Quelle intonate e quelle stonate.

Ma alla fine anche tutte queste voci hanno stufato.

Stanchi di sentire accuse e denunce,

stanchi di verità negate e di verità rivelate.

Stanchi.

Allora siamo usciti e abbiamo visto la vicina di casa.

E l’abbiamo salutata come se non fosse successo niente.

Abbiamo sorriso.

Siamo usciti per strada e abbiamo visto un signore

con la mascherina…ancora!

La giovane donna col cagnolino.

Il ragazzo con la musica in cuffia.

I piccoli sfrecciare sul monopattino.

Le macchine con quelli nascosti dentro.

L’asfalto rotto.

I fiorellini incerti sul bordo della strada

e gli alberi.

Gli alberi con le fronde che frusciano nel vento fresco

della primavera che si attarda.

Si attarda.

Ma arriverà, questo è certo.

L’evoluzione avanza a salti

L’evoluzione della specie umana avanza superando il vecchio per il nuovo. Si mantiene però una memoria, per così dire, inattiva o non preponderante del livello evolutivo precedente, continuando a svilupparne gli aspetti utili anche nella nuova tappa.

Questa trasformazione evolutiva è anche genetica e fisiologica, avviene comunque (in tutte le specie) con l’accumulazione del processo, ma può essere condotta in modo intenzionale per diverse vie, producendo veri e propri salti evolutivi.

L’assunzione di diverse sostanze nell’antichità di molte culture, associata alla pratica religiosa o spirituale accelerava la capacità di accedere a diversi stati e livelli della coscienza umana, dando una diversa consapevolezza della realtà. Chi si avventurava in quelle pratiche era probabilmente animato di una enorme necessità di risposte a quesiti profondi e/o di un desiderio irrefrenabile di comprensione. Probabilmente esistevano anche linee familiari in cui la scelta era in qualche modo obbligata. Il nuovo sguardo acquisito da quell’esperienza segnava un passo evolutivo dell’uomo o della donna che avevano lavorato intenzionalmente a quello scopo. La loro esperienza era intrasmissibile ma da loro irradiava poi un’aura di saggezza, di bontà o di sapienza e di potere che generavano attrazione.

In alcuni momenti di alcune culture si osserva il tentativo di sostituire il percorso individuale con l’assunzione massiva di quella sostanza attraverso riti collettivi che potessero avvicinare i fedeli all’esperienza, o che segnassero la dipendenza verso gli illuminati. Non sempre funzionava. E i dati di quelle sperimentazioni erano probabilmente custoditi dalla scuole segrete, accessibili a pochi eletti, per prepararli al tentativo successivo.

Ma la specie umana continua a evolvere per la spinta interna di questo essere storico che non scrive la sua memoria solo sui suoi geni, ma la tramanda anche con supporti esterni a lui che sono in grado di resistere al succedersi delle generazioni e alle grandi catastrofi.

E fin dall’antichità sono esistite vie totalmente spirituali, senza alcun uso di sostanze o meccanismi “invasivi” o lesivi del corpo umano, che hanno permesso l’accesso agli spazi profondi della coscienza e, quindi, l’evoluzione intenzionale. Queste pratiche sono giunte fino all’attualità grazie alla dedizione di donne e uomini che, con lo studio e la pratica, le hanno mantenute in vita o le hanno ricostruite in parte o totalmente.

Anche in questo nostro mondo desacralizzato, continuiamo a osservare i rituali collettivi, accompagnati dall’uso di sostanze e l’adorazione di idoli, o la distribuzione massiva di sostanze che si suppone siano “vivifiche” secondo una sacra legge a cui ci si deve affidare.

Ma sono aumentati fortemente anche coloro che seguono le vie totalmente spirituali e che divulgano ormai apertamente quelle pratiche di evoluzione che non dipendono da riti collettivi o da sostanze particolari.

Le scuole degli antichi saperi sono più visibili e avvicinabili e la sensibilità esistenziale delle nuove generazioni promette un salto quantico della specie umana nel prossimo futuro.

Nota: Queste riflessioni sorgono come sintesi di numerose letture e studi del pensiero di Silo e dell’opera di Mircea Eliade ed alcuni altri storici delle religioni come William James e Kàroly Kerényi .

Quando finisce il mondo di Avatar

Immagine di Ronny Overhate da Pixabay

Ricordate quel film di animazione in cui il fratello in sedia a rotelle di uno scienziato morto improvvisamente, prendeva il suo posto nel travasare la sua ‘intenzionalità’ dentro il corpo di un Avatar? Quei corpi giganteschi e superdotati erano stati prodotti dagli umani che cercavano di interagire con la popolazione di un pianeta sconosciuto, con l’intenzione di colonizzare il pianeta, ovviamente, per estrarre non ricordo più cosa. A parte la trama tipicamente made in Hollywood, alla fine della pellicola l’umano trovava il modo di travasare definitivamente la sua essenza nell’Avatar e rimanere nell’altro mondo in modo completo.

Questa storia mi è tornata in mente riflettendo sul momento di cambiamento tecnologico che stiamo vivendo, soprattutto dall’inizio della pandemia. Non è che queste tecnologie non esistessero prima, ma erano senza dubbio utilizzate ancora solo marginalmente dalla popolazione, non erano cosi necessarie come durante il primo lockdown. Poi, con le successive chiusure sono diventate parte integrante della vita di milioni di persone. Sto parlando in particolare delle videochiamate e delle videoconferenze via internet. La giornata tipo di molti di noi si sviluppa ormai da una videochat all’altra. Sono stati fatti video ironici e comici, per far vedere come dietro alla videocamera, appena ci si alza in piedi o si spegne il computer, la vita reale sia diversa. Ma quello che noto con orrore è come molte persone si stiano adattando passivamente a questa forma di comunicazione, o meglio, di contatto audiovisivo. Sono così abituate che arrivano a vedere la possibilità di sostituire con una chat il contatto in presenza, col corpo, anche nelle occasioni in cui, invece, del corpo e di tutti i suoi sensi e antenne, ce ne sarebbe davvero bisogno.

Si lo so, sono vecchia, sono nata nel 1968 e ho visto il carosello nelle prime TV in bianco e nero. Roba da dinosauri. E sicuramente mi estinguerò come loro. Figuratevi che non sono mai riuscita ad appassionarmi ai social e difatti non li uso. Ma il film Avatar mi ha fatto ricordare che anche molti sviluppatori di tecnologia – attuale modello di ‘vincenti’-, spesso sono persone con serie difficoltà affettive e relazionali. Come il protagonista, in carrozzina, poteva finalmente correre nell’agile e atletico corpo creato per lui, anche per molti sviluppatori, ingegneri, informatici, ma anche semplicemente per le persone spaventate o sole il vero sogno potrebbe essere quello di trasformarsi completamente nel proprio Avatar. Il nostro surrogato digitale si muove così agilmente nei social, si esprime senza difficoltà, si inoltra nelle discussioni, pubblica foto sempre venute bene o magari di altri o di paesaggi pieni di poesia, oppure crea meme brillanti o esilaranti e si arrabbia e gioisce con intensità senza il timore della sensazione di ritorno che un corpo vicino a lui potrebbe trasmettergli.

Non ditemi che gufo: e se ci fosse un blackout planetario?

Vittima o superstite

A tutti succedono cose sgradevoli prima o poi. Quando ci sentiamo trattati male, accusati ingiustamente, quando ci sembra di stare in una specie di Armagheddon nel quale perdono stabilità tutti i nostri punti fissi, di solito attribuiamo a qualcun altro o a qualcosa di esterno la responsabilità di quegli avvenimenti. Abbiamo bisogno di cercare una spiegazione: “Perché a me?”, “Perché proprio io?”. E, normalmente, quando ci diamo delle risposte a partire da quel clima doloroso, prendiamo dei clamorosi abbagli.

A volte, effettivamente abbiamo subito dei soprusi, a volte invece, senza rendercene conto del tutto, ci siamo infilati in situazioni impossibili da risolvere che ci hanno portato al fallimento o al disastro.

Ma poi, in ciascuno dei due casi, la cosa veramente importante è come comprendiamo l’accaduto, come lo integriamo nei nostri vissuti, cosa impariamo, come ne usciamo.

Quando ci sentiamo delle vittime e ci portiamo dietro quella sensazione senza metterla mai in discussione, in realtà stiamo alimentando il nostro risentimento per quel qualcuno o quel qualcosa che, nel fondo, reputiamo sia il colpevole dei nostri mali, anche se fosse un essere intangibile come “il Destino”. Non lo diciamo, anzi, siamo pure capaci di perdonare pubblicamente chi, secondo noi, ci ha danneggiato, ma in realtà non è vero niente. E’ solo un gioco di ruolo che, mentre ci promette autoaffermazione e giustizia, ci fa perdere la dignità. La condotta della vittima ci porta a ripetere noiosamente certi comportamenti che, prima o poi, ci ributtano in una circostanza dolorosa. La vittima non chiede chiaramente un aiuto, nel fondo lo pretende degli altri, non parla mai chiaro perché è una forma di manipolazione operata toccando delicati interruttori delle viscere altrui. E siccome funziona, cioè, spesso la vittima poi ottiene ciò che vuole, e sembra che ciò le dia soddisfazione, questo comportamento si fissa come “positivo”. Però non basta mai, e allora, va di catastrofe in catastrofe per ottenere risarcimenti infiniti che, però, non sono capaci di soddisfare quella voragine di sofferenza che ormai si è creata.

Quando ci sentiamo dei superstiti, vuol dire che sentiamo che quello che ci è accaduto è una storia chiusa, quali che siano le responsabilità e l’apparente giustizia o ingiustizia che si sia fatta. Se ci sentiamo superstiti è perché abbiamo capito qualcosa, imparato qualcosa anche dalla circostanza più disgraziata o senza senso che ci è toccato vivere. La nostra dignità è intatta, siamo capaci di chiedere e di dare apertamente, con libertà e senza vergogna e, se qualcuno ci compiange o si addolora per noi, siamo capaci di fargli vedere gli aspetti positivi anche di quella esperienza. Il superstite è più consapevole, anche se soffre per ciò che gli accade, anche se effettivamente sta subendo una ingiustizia o se soltanto si è messo nei guai con le sue mani. Cerca la comprensione lucida, che a volte significa anche scoprire qualcosa di sé che non si voleva vedere e che la circostanza triste ha messo a nudo. A volte significa assumere l’inevitabilità di fatti che da fuori e da lontano parevano evitabili. E pure questo comportamento ha le sue conseguenze, perché, effettivamente, il superstite sa che è sopravvissuto a un evento che non si ripeterà mai nello stesso modo, che la vita lo porterà forse a nuove sfide, forse a conflitti e frustrazioni, ma sente una grande forza che lo accompagna. Quella forza si chiama riconciliazione.

Non importa quale sia la situazione che abbiamo vissuto, non importa quale sia la “verità”, che spesso è sfumata e sfuggente. Ciò che vale davvero è come affrontiamo e superiamo gli avvenimenti difficili o dolorosi della vita. Il nostro sguardo è ciò che più importa. Verso dove e verso cosa lo dirigiamo e come valutiamo, alla fine, la nostra esperienza.

Il boomerang dell’empatia

Cosa mi succede quando una persona a me cara sta male? Spesso l’affetto che provo mi porta a immedesimarmi nella sua situazione e immaginare quello che potrebbe provare. Si tratta di empatia, è normale.

Se la persona cara non è tanto vicina a me, al massimo le auguro di riprendersi, di migliorare, di guarire o quella che mi sembra la migliore situazione per lei e poi vado avanti per la mia strada. Ma, se la persona cara è qualcuno che mi sta molto vicino, è più facile che quella semplice empatia si trasformi in una identificazione più permanente. E così mi ritrovo a soffrire insieme a lei, anche se io non ho nessun problema di quel tipo. A volte riesco anche ad ammalarmi di qualcosa. E la persona cara non ne giova affatto. Si tratta di un circolo vizioso che mi incatena a una spirale di sofferenza dalla quale non è affatto facile uscire. Posso arrivare perfino a irritarmi molto e colpevolizzare la persona che sta male, anche per la mia sofferenza. Curiosa forma della coscienza umana per trovare una via di uscita.Stonhenge su lago

Non parlo per sentito dire e non dico di riuscirci ogni volta che vorrei, ma questo circolo vizioso si può riconvertire in un circuito di benessere che cresca per entrambi. L’ho sperimentato prima con le persone care più distanti da me e poi con quelle molto care ma distanti fisicamente. Ho iniziato, cioè, a pensare a loro almeno una volta al giorno, da quando sono stata informata del loro disagio. Ho pensato alla loro situazione, al loro problema, al loro malessere, fino a sentire quel filo di empatia che si produce quando riesco a mettermi nei panni di qualcun altro. A quel punto ho respirato profondamente e ho lasciato svanire quella immagine. Quindi ho iniziato a immaginarmi una situazione di benessere per loro, la migliore situazione che avrei potuto immaginare e ho cercato di immedesimarmi fino a che l’empatia non ha compiuto la sua funzione. Fino a che non ho sentito una reale sensazione di benessere dentro di me. Allora mi sono augurata, con tutto il cuore, che quella sensazione raggiungesse anche quelle persone care. Non so se ciò è accaduto in qualche modo, a volte ne ho il sospetto, ma certamente questa pratica semplice mi ha rafforzato e, quando ho incontrato di nuovo quelle persone, la loro presenza ha evocato in me quel sentimento positivo ed espansivo che ho conservato nella mia memoria. Ciò che ho cercato di inviare, con certezza mi è tornato indietro.

Fare questo con le persone molto vicine, affettivamente e fisicamente, è molto più difficile. La distanza spaziale e temporale si accorcia e il boomerang emotivo è molto più veloce.

Ma vale sempre la pena provarci.

 

Nota: Questo articolo è ispirato alla Cerimonia di Benessere inclusa nel libro Il Messaggio di Silo.

Ho finito!

Mi ha sempre incuriosito il fatto che spesso, quando siamo a tavola, nessuno vuole finire l’ultimo pezzo di qualcosa che sta su un vassoio alla portata di tutti. Casomai si divide di nuovo la porzione in pezzetti ogni volta più piccoli, ma lasciare il piatto vuoto, proprio no!calzone turco

E se provi a chiederlo, peggio ancora. “Vuoi finire quel po’ di frittata?”. Hai usato quella parola: finire. Impossibile. Bisogna ricorrere ai sensi di colpa. “E’ un peccato lasciare queste due foglie di insalata, questi due maccheroni, questa fettina di prosciutto”. E allora, con senso del sacrificio per la famiglia, qualcuno svuota il piatto.

Probabilmente è un’usanza che si mantiene dai tempi in cui il cibo scarseggiava e, allora, si doveva pensare bene a come suddividere il poco che c’era, per sfamare tutte le bocche. E magari era necessario frenare qualche affamato commensale che avrebbe spolverato tutto. Così, l’idea di “finire” è stata ammantata di senso di colpa, si è trasformata in un comportamento da maleducati. Chissà.

Io l’ho fatto un sacco di volte. Fin da piccola, l’idea di finire non mi ha preoccupato molto,  non ho neanche tolto di bocca niente a nessuno. Non è mai mancato il cibo sul nostro tavolo, anche questo è vero. Ma ultimamente mi sono soffermata molto sul senso del “finire”, soprattutto quando scrivo. Si tratta di una meravigliosa sensazione di liberazione. Si scarica una tensione che da tempo premeva da dentro. Si manifesta la certezza di aver compiuto una missione, non importa se in modo imperfetto, non importa il giudizio sulla sua esecuzione. Ciò che importa è quel sentire che è fatta, che è andata, che non c’è niente altro da fare in quel momento. Si è conclusa una esperienza e, quindi, tra poco ne inizierà un’altra!Bagno a Ripoli uliveto

Non è banale quello che sto dicendo, perché associare a qualcosa che finisce, un’altra cosa che comincia è quasi un argomento religioso. Non siamo così abituati, nonostante millenni di catechismo e nonostante tutte le scoperte scientifiche del secolo scorso: “niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma”. E invece noi continuiamo a pensare che quando una cosa è finita, è finita. Punto e basta. E lo viviamo come una perdita. Lo viviamo in modo doloroso.

Molte volte ho immaginato il momento della mia morte, e qualche volta l’ho pure sognato. Inizialmente era una immagine piena di tensioni, quelle che riconoscevo essere le mie tensioni più permanenti. L’immagine si fermava lì. Non vedevo come andava a finire. Ma negli ultimi anni quel film si è completato e, dopo la tensione iniziale, ogni volta meno dolorosa, appare quella sensazione di sollievo che caratterizza il fatto di finire qualcosa. L’atmosfera si acquieta, il sistema di tensioni si scioglie in un generale “va tutto bene”. E mi auguro davvero che sia così quando verrà il mio momento, che, all’ultimo respiro, io possa pensare solamente: Bene, anche questa volta, ho finito!

Cominciamo!

Carissimi amici vecchi e nuovi, finalmente cominciamo a far girare questo blog!

Ho pubblicato alcuni scritti e linkato quelli già pubblicati altrove e, nel frattempo, ho iniziato a scrivere anche su una Agenzia Stampa Internazionale fatta da volontari di diverse nazioni e continenti: Pressenza.

Inoltre ho cominciato a organizzare, insieme alla casa editrice Multimage, che ha pubblicato alcuni miei scritti in epub, un giro in Italia per cominciare a presentarli. Il primo libro a prendere vita in formato cartaceo sarà “A proposito di errore“, attualmente scaricabile per poche monete come ebook, o gratis in PDF.

Nella pagina Eventi di questo blog vi terrò permanentemente aggiornati sulle date, saremo certamente a Milano, Firenze, Amelia (TR), Napoli, Palermo e stiamo sondando altre possibilità. Se qualcuno vuole dare una mano a organizzare presentazioni in altri luoghi, non ha che da dircelo!

 

In evidenza

Con o senza parole

Il titolo di questo blog non è casuale. Non ci si rende conto del valore e del peso delle parole fino a quando non ci si trova in situazioni-limite. Parlo di situazioni in cui si evidenziano l’importanza e il senso delle parole, come nel caso della parola “razzismo”. Negli ultimi anni della mia attività sociale ho sentito dire troppe volte per strada: “Io non sono razzista, ma…” a cui seguivano affermazioni squisitamente xenofobe verso una o un’altra etnia o cultura. Quel ma abilitava qualsiasi affermazione.

Ma ci sono anche situazioni-limite in cui le parole iniziano a mancare. Non si sa più definire cosa stia accadendo a noi stessi o intorno a noi. A volte è lo stupore di fronte alla grande mostruosità o all’infinita meraviglia che ci toglie le parole e ci lascia senza fiato. Quando invece la mancanza di parole diventa patologica, si chiama afasia: l’immagine di quello che si vorrebbe indicare arriva alla mente, ma le manca la didascalia.

David sulle nuvole

Per mia fortuna e per lo sforzo cosciente che negli anni ho applicato,  varie volte sono rimasta sospesa fra le nuvole, senza parole, rapita dalla meraviglia inenarrabile, colpita dall’emozione ineffabile, colta dalla comprensione più inspiegabile. Finché avrò parole cercherò di raccontare queste esperienze e la visione delle cose che, successivamente, si è aperta un varco nel mio sguardo ignorante.