Quando finisce il mondo di Avatar

Immagine di Ronny Overhate da Pixabay

Ricordate quel film di animazione in cui il fratello in sedia a rotelle di uno scienziato morto improvvisamente, prendeva il suo posto nel travasare la sua ‘intenzionalità’ dentro il corpo di un Avatar? Quei corpi giganteschi e superdotati erano stati prodotti dagli umani che cercavano di interagire con la popolazione di un pianeta sconosciuto, con l’intenzione di colonizzare il pianeta, ovviamente, per estrarre non ricordo più cosa. A parte la trama tipicamente made in Hollywood, alla fine della pellicola l’umano trovava il modo di travasare definitivamente la sua essenza nell’Avatar e rimanere nell’altro mondo in modo completo.

Questa storia mi è tornata in mente riflettendo sul momento di cambiamento tecnologico che stiamo vivendo, soprattutto dall’inizio della pandemia. Non è che queste tecnologie non esistessero prima, ma erano senza dubbio utilizzate ancora solo marginalmente dalla popolazione, non erano cosi necessarie come durante il primo lockdown. Poi, con le successive chiusure sono diventate parte integrante della vita di milioni di persone. Sto parlando in particolare delle videochiamate e delle videoconferenze via internet. La giornata tipo di molti di noi si sviluppa ormai da una videochat all’altra. Sono stati fatti video ironici e comici, per far vedere come dietro alla videocamera, appena ci si alza in piedi o si spegne il computer, la vita reale sia diversa. Ma quello che noto con orrore è come molte persone si stiano adattando passivamente a questa forma di comunicazione, o meglio, di contatto audiovisivo. Sono così abituate che arrivano a vedere la possibilità di sostituire con una chat il contatto in presenza, col corpo, anche nelle occasioni in cui, invece, del corpo e di tutti i suoi sensi e antenne, ce ne sarebbe davvero bisogno.

Si lo so, sono vecchia, sono nata nel 1968 e ho visto il carosello nelle prime TV in bianco e nero. Roba da dinosauri. E sicuramente mi estinguerò come loro. Figuratevi che non sono mai riuscita ad appassionarmi ai social e difatti non li uso. Ma il film Avatar mi ha fatto ricordare che anche molti sviluppatori di tecnologia – attuale modello di ‘vincenti’-, spesso sono persone con serie difficoltà affettive e relazionali. Come il protagonista, in carrozzina, poteva finalmente correre nell’agile e atletico corpo creato per lui, anche per molti sviluppatori, ingegneri, informatici, ma anche semplicemente per le persone spaventate o sole il vero sogno potrebbe essere quello di trasformarsi completamente nel proprio Avatar. Il nostro surrogato digitale si muove così agilmente nei social, si esprime senza difficoltà, si inoltra nelle discussioni, pubblica foto sempre venute bene o magari di altri o di paesaggi pieni di poesia, oppure crea meme brillanti o esilaranti e si arrabbia e gioisce con intensità senza il timore della sensazione di ritorno che un corpo vicino a lui potrebbe trasmettergli.

Non ditemi che gufo: e se ci fosse un blackout planetario?

5 buone ragioni per vaccinarsi… e per non farlo

Credo che in questo momento, anche se la stampa ci riempie di informazioni pseudo scientifiche e narrazioni maldestre riguardo alle diverse proposte vaccinali, la loro produzione e distribuzione, ci sia una domanda nel sottofondo di ciascuno. Vaccinarsi: si o no?

Ho scremato fra i motivi che ho visto circolare in rete e che squalificano l’una o l’altra posizione con argomenti a volte graziosi, a volte disgustosi, ma di poca utilità, se non quella di alimentare una falsa polarizzazione mediatica fra le differenti posizioni.Ho invece riflettuto e ho scelto 5 buoni motivi che, dal mio punto di vista, danno un fondamento adeguato alla propria decisione. Si tratta di una scelta importante. Non sono certamente gli unici motivi ma sono quelli che mi permettono di evidenziare alcuni antepredicativi. Non ho intenzionalmente messo le ragioni che, glissando sull’aspetto sanitario, si inscrivono nei Si o nei NO rispondendo a questioni economiche e/o di libertà, poiché la salute fisica e mentale è il vero perno di tutta questa storia e ciò che più mi preoccupa. Quindi riflettiamo:

MI VACCINERO’ PERCHE’…

  1. Perché non voglio ammalarmi o ri-ammalarmi.
  2. Perché credo che il vaccino sia l’unica soluzione scientificamente provata, non esistono altre cure.
  3. Perché, anche se i vaccini anti Covid 19 non sono stati testati adeguatamente, credo sia necessario dare una risposta urgente a questa grave malattia.
  4. Perché credo che la medicina degli uomini si sviluppa provandola sugli uomini, è necessario prendersi questa responsabilità e ciò giustifica le eventuali perdite di vite durante la sperimentazione.
  5. Perché credo che l’OMS, i governi e le industrie farmaceutiche stiano facendo in generale del loro meglio per proteggere la salute dei cittadini di tutto il mondo, non senza errori, ma la situazione è eccezionale.

NON MI VACCINERO’ PERCHE’…

  1. Perché non voglio ammalarmi o ri-ammalarmi
  2. Perché non credo che il vaccino sia l’unica soluzione scientificamente provata, anzi credo che sia quella meno testata, mentre ci sono tante cure che hanno dato buoni risultati.
  3. Perché non credo che il Covid19 sia così grave, se preso in tempo con cure adeguate e che l’urgenza sia ingustificata, vista la disomogeneità dei dati e la scarsa efficacia degli strumenti diagnostici.
  4. Perché credo che la pratica medica debba rispettare le persone e integrare le conoscenze mediche di tutte le correnti, quando ci si trova di fronte a un fenomeno nuovo invece di fare un grande esperimento di massa sulle persone.
  5. Perché credo che all’interno dell’OMS, dei governi e delle lobbies farmaceutiche ci siano interessi molto grossi di soggetti la cui priorità non è affatto la salute dei cittadini di tutto il mondo.

Questi motivi manifestano nel complesso al loro interno una certa coerenza, anche se denotano certamente diverse visioni della realtà, che probabilmente presentano molte più sfumature e passaggi da una posizione all’altra all’interno delle persone. Ma c’è un punto in comune nelle due posizioni e che esprime un bisogno. Poi si tratta di credenze e di opinioni, senza dubbio corredate dalle esperienze che ciascuno di noi ha fatto e fa ancora oggi con le istituzioni e con la salute e la cura di sé e di chi ci circonda. Questa epoca complessa nella quale viviamo richiede un approccio non superficiale e opportunistico, poiché si sta gestando un nuovo mondo e ciascuno deve trovare il proprio centro di gravità da cui scegliere e prendere decisioni.

Spero sia utile questo breve contributo.

La storia non è finita

-… nonna, ma poi come è andata a finire la storia?

– beh, poi c’è stata quella cosa del virus…

– il virus?

– si, quella microscopica catena proteica ha fatto un pandemonio nel pianeta e ha messo a dura prova la specie umana. L’anno chiamata pandemia, la diffusione di un virus sconosciuto in tutto il pianeta nello stesso momento. Sai, avevano raggiunto un livello di interconnessione molto interessante anche se ancora abbastanza primitivo.

– ah, si interconnettevano come noi?

– ahahahahaha! Noooooooo! Avevano mezzi di trasporto che funzionavano con la b-e-n-z-i-n-a, l’hai studiato l’anno scorso, ricordi? Quel combustibile fossile così difficile da estrarre dal sottosuolo e così inquinante. Avevano telefoni portatili quasi usa e getta, con batterie inquinanti che non potevano essere sostituite, insomma, un’industria terribilmente non sostenibile. Avevano contratti commerciali fra le nazioni e fra le aziende e un sistema economico selvaggio e autodistruttivo che facilitava le grandi aziende e penalizzava quelle piccole. I ricchi diventavano sempre più ricchi e la finanza aveva soffocato l’economia reale, quella concreta, dove si producono cose utili per la vita delle persone.

– ma, nonna, dove li prendevano i soldi i ricchi, per essere così ricchi.

– dai poveri! Chiaro! Come una moderna forma di schiavismo. Non so come fare per spiegarti l’assurdità di come pretendeva di funzionare quel sistema. Ma inoltre la gente povera aspirava a diventare come loro, come i ricchi! Quella era la cosa più ridicola.

– e questa storia del virus?

– quello è stato l’inizio di una fine accelerata. Nessuno in realtà sa come è andata davvero, ma la cosa è sfuggita di mano e non c’è stato più modo di controllarlo. All’inizio i contagiati morivano come mosche e non si capiva niente. Non si sapeva come funzionava, come curare la malattia quando si sviluppava, se chi guariva sarebbe stato immune o no. Fu emergenza sanitaria e rapidamente tutto il mondo entrò in un lockdown senza scadenza. I governi si dotarono di poteri speciali e chiusero i confini delle loro nazioni, poi le regioni al loro interno, i comuni. Si bloccarono i trasporti, le scuole e tutte le attività produttive, solo la filiera alimentare poté continuare a lavorare per rifornire i supermercati. Una cosa assolutamente inedita e surreale.

– e la gente come reagì? Era come stare in prigione, no? Ma senza aver fatto alcun reato. Devono essersi sentiti molto male. Penso ai giovani come me, senza uscire, senza avere una vita sociale…

– certo, fu molto duro. In alcune nazioni dopo poche settimane le persone uscirono per strada a protestare, pagando poi con l’accelerazione del contagio. Ma mentre passavano le settimane la crisi economica diventava l’argomento più spaventoso, ancora più della sfida sanitaria e degli errori fatti da sistemi di protezione della salute assolutamente insufficienti. Anche i media fecero molta confusione e l’incertezza iniziò a regnare nei popoli e nei cuori delle persone.

– …e questo è un male? L’incertezza per noi è una realtà, fa parte della crescita, dell’evoluzione…

– devi pensare che allora le persone che vivevano sul pianeta non avevano assicurata la sussistenza solo per il fatto di essere nati in una comunità umana.

– ah nooo? E come facevano allora?

– chi non lavorava non riceveva di che vivere. E il sistema permetteva che grosse aziende multinazionali si impossessassero, con accordi legali, delle risorse di interi paesi, corrompendone le dirigenze. Anche oggi ci sono persone che hanno più cose di altri, ma tutti scelgono il loro stile di vita e ogni volta di più la tendenza va verso la sobrietà e verso una vita in cui il tempo libero sia centrale. Come potremmo dare spazio alla creatività e alle capacità di ciascuno? Per fartela breve, fu un grande scossone per le coscienze e molte persone cominciarono a pensare.

– perché, prima non pensavano?

– beh, si, ma spesso in modo disordinato e presi dalle proprie esigenze individuali. Avevano insegnato loro che l’individuo, o al massimo la propria famiglia di sangue, era la cosa più importante, non l’insieme. Figurati che c’era ancora gente che credeva nell’esistenza di diverse razze umane. Eravamo ancora nella preistoria, non dimenticarlo.

Ma poi accadde quello che non sarebbe stato immaginabile. Tanta gente iniziò a connettersi, prima con gli strumenti tecnologici in loro possesso, ma poi iniziarono a sentirsi a livello mentale, anche oltre i loro corpi fisici, proprio come facciamo adesso noi. Mentre il virus perdeva forza il sistema agonizzante cercava di imporre con la forza misure di controllo e austerità. Comparvero anche gli esseri umani creati dall’essere umano e, in quel caos decadente di un sistema ingiusto e inumano iniziarono a crescere reti e connessioni fra coloro che erano più consapevoli e si rendevano conto che un futuro era possibile solo se i paradigmi della società fossero stati cambiati. Che non c’era futuro per una parte da sola, la società doveva pensare allo sviluppo di tutti e alla convivenza armoniosa con l’ambiente naturale, senza perdere però la libertà di scelta personale, come era accaduto in passato con le dittature. Ci si rese conto che la vita umana andava oltre la sussistenza materiale e la salute del corpo fisico, che c’era un’enorme parte intangibile e ancora inesplorata che ci univa come specie nel profondo di ciascuno di noi. E allora iniziò il risveglio…

Ma questa è un’altra storia.

– noooooo, dai nonna! Raccontami tuttoooo

Con l’urlo disperato della ragazzina mi sveglio.

Guardo il calendario: 11 aprile 2020.

Impressioni di viaggio

I papaveri.

I papaveri accompagnano lo sguardo lungo i binari della ferrovia che corrono veloci. Ordinati e folti lungo i bordi erbosi.

Non come l’anno scorso, quando avevano invaso i campi seminati con enormi macchie vermiglie. No. Adesso sono degli accompagnatori discreti che rallegrano la vista dal finestrino del treno, con le loro teste scapigliate che ondeggiano al vento.

Il treno è asettico e pulito come non mai, l’odore di sottofondo del disinfettante mi fa venire il mal di testa. Ma i vetri delle ampie finestre portano ancora i segni essiccati di antiche piogge, e ne rubano la trasparenza.

Noi non ci guardiamo nemmeno. Noi passeggeri siamo distanziati e ognuno volge lo sguardo altrove: sullo smartphone, sulle pagine di un libro, fuori a correre coi papaveri. Ma non ci sono sguardi impauriti o tesi, semplicemente c’è spazio e ce lo prendiamo. Neanche il controllore ci guarda. Passa veloce e va, controllando a distanza non si sa cosa.

Esco dalla stazione e la cosa che mi colpisce di più è l’assenza di quel frastuono sordo di base che era prodotto dal traffico cittadino. Ci sono le auto, ma manca il sottofondo, si possono quasi distinguere una ad una con il loro particolare rombo. Poi le biciclette, non posso contare fino a 20 senza vederne una, qualche rider, molti semplici cittadini che hanno deciso di cambiare mezzo di trasporto. Ogni tanto il fischio del tram.

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Ma spadroneggia il cinguettare degli uccellini impazziti per la primavera inoltrata e per quei raggi di un sole quasi estivo che risveglia i colori.

Le donne camminano con la mascherina fin sul naso, spesso di stoffa e con qualche dettaglio grazioso, un fiorellino applicato, una stellina ricamata, un tessuto colorato vivacemente. Gli uomini preferiscono tenerla sotto il mento mentre camminano, come me. La tiriamo sul naso ogni qual volta incrociamo qualcuno e quando la distanza con gli altri si riduce, è già quasi un gesto automatico, lento e sincronizzato.

Si cammina adagio. Anche i veicoli vanno lenti, si possono contare gli scooter che ci sono in giro, non come prima, quando sembravano una nuvola di moscerini impazienti e ronzanti.

E il verde, un verde rigoglioso ed esuberante…

Alla fermata dell’autobus solo una donna mi rivolge la parola e rompe il “muro” del metro distanziatore. Non ha quasi denti in bocca e la mascherina di stoffa è mezza su e mezza giù, rivelando una realtà che oggi avremmo l’opportunità di nascondere. Magrissima, porta con disinvoltura un ampio vestito colorato di un buon cotone, scarpe basse di tessuto a righe anch’esse di vari colori. Mi parla del suo cane che si è avvicinato, prima di lei, ad annusarmi le gambe, portatrici di innumerevoli e interessantissime informazioni. L’animale è di mezza taglia, biondo e gentile. Anche la donna è gentile e ha assoluto bisogno di parlare, la guardo negli occhi e vedo quella necessità estrema di un contatto normale e socievole, di specchiare la propria esistenza in quella degli altri. E allora non mi oppongo. Poco dopo vola via sul suo autobus che è arrivato, come una foglia colorata portata via dal vento autunnale.

Forse possiamo ancora fare qualcosa.

Forse possiamo curare la nostra società malata di ambizioni egoiste e insensibile ai bisogni essenziali. La pace, l’ascolto e l’aiuto reciproco, la sintonia e l’armonia con l’ambiente naturale.

Forse non è più tempo di correre.

Forse è arrivato il momento di imparare di nuovo a camminare e a guardarci intorno con soave curiosità.

 

Giove è un altro pianeta

Vivo nel comune di Giove, nella verdeggiante provincia di Terni, in Umbria. Quando l’intera famiglia si è trasferita, alcuni anni fa, dalla ben più famosa città di Firenze, se rispondevo sinteticamente alla domanda su dove si fossero trasferiti, il commento era immancabile: “Ah! su un altro pianeta! Non è un po’ lontano?”. Amici burloni.

Giove è un piccolo borgo con un castello di una notevole importanza storica, ma poco conosciuto. Un castello con 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno, e con un’entrata e una salita ai piani alti che permetteva l’accesso perfino alle carrozze. Insomma, un pezzo raro, purtroppo passato di mano in mano a privati che fino ad oggi non sono stati in grado, per una ragione o per un’altra, di ristrutturarlo adeguatamente e dargli nuova vita. Se si pensa che l’ultimo prezzo di vendita di quest’immensa struttura non è arrivato al milione di Euro, – quello che si spende per un discreto appartamento a Roma – sembra una cosa dell’altro mondo. Infatti è Giove, un altro pianeta!

In questi tempi di contagi e misure preventive e diagnostiche, Giove ha nuovamente spiccato e si è distinto dalla massa dei comuni di questo paese.

In una regione in cui la media dei test effettuati è piuttosto bassa (100-129 ogni 100.000 abitanti, cioè circa 1 ogni 1000 abitanti), quando a livello italiano la regione più testata è la Valle D’Aosta con i suoi 493 test su 10.000 abitanti (cioè 49 persone su 1000), ci si chiede come è possibile che a Giove, piccola comunità di 1900 anime, si siano realizzati test (tra cosiddetti tamponi e sierologici) su 1350 persone, il 71% della popolazione. Possono giustificare una tale concentrazione il picco di contagi, che non ha superato mai le 35 persone, o il numero di decessi (2)? A Giove, con un supermercato minuscolo, nel quale entrano al massimo 5-7 persone con il mantenimento delle distanze di sicurezza, abbiamo vissuto in isolamento, in quanto zona rossa, dal 10 aprile al 4 maggio. Ovviamente per andare a fare la spesa l’amministrazione comunale ha diviso la popolazione secondo le iniziali del cognome e l’ha distribuita nei diversi giorni della settimana, e così A-B-C il lunedì, C-D-E il martedì e così via. Una sola persona di famiglia ha avuto il permesso di andare, una volta alla settimana, a fare la spesa, potendo, se proprio necessario, mandare un altro membro di famiglia in un giorno diverso (sempre che il suo cognome iniziasse con una diversa lettera!). E’ facile comprendere che i Giovesi si siano sentiti un po’ perseguitati e un po’ presi in giro, dato che adesso, nella Fase 2, tutti i negativi certificati di Giove saranno invasi dagli asintomatici non certificati dei comuni limitrofi che, non avendo avuto casi gravi o ricoveri, si sono ben guardati dal fare screening di massa. Ma questa non è altro che una conferma.

Giove è davvero un altro pianeta.

 

Fonti dati :

Umbria domani http://www.umbriadomani.it/perugia/covid-tamponi-in-umbria-troppo-pochi-il-giudizio-degli-esperti-246313/

Il sole 24 ore https://www.ilsole24ore.com/art/tamponi-e-test-sierologici-armi-spuntate-fase-2-AD827UO

 

 

Il Monaco

(tratto da Nove Storie – inedito)

Non vedevo Tiziana da diversi anni. Non so come fosse successo, ma non ci eravamo più incontrate. Forse non viaggiavamo sulla stessa frequenza e quindi, anche se fossimo state nello stesso luogo, non ci saremmo viste. Un invito a cena per un aggiornamento completo era il minimo che potevamo fare e, così, davanti a un piatto delizioso, ci eravamo raccontate un po’ di storie e di avvenimenti delle nostre vite. A un certo punto cominciammo a parlare di un film documentario che entrambe avevamo visto da poco, Attraversando il Bardo: sguardi sull’aldilà di Franco Battiato. Ci trovammo subito d’accordo sul fatto che, tra i personaggi intervistati nel documentario, uno in particolare, dal nostro punto di vista, aveva “bucato lo schermo”. Ci parve, insomma, una persona realmente ispirata. Si trattava di un monaco che aveva parlato della sua esperienza di accompagnamento delle persone in fase terminale con la Orazione del Cuore [antica pratica dei Padri del Monte Athos. NdA]. Il monaco, Guidalberto Bormolini, faceva parte di una corrente chiamata I Ricostruttori della Preghiera, presente in diverse città italiane. Decidemmo di cercare maggiori informazioni su internet e scoprimmo che I Ricostruttori avevano una sede a Firenze, in città e una specie di convento fuori città, nell’antica pieve di Santa Maria in Acone. Gli scrivemmo un’e-mail in cui lo ringraziavamo per il suo intervento nel film e gli chiedevamo come fare per incontrarlo. Ci presentammo come due Siloiste.

Non pensavamo che ci avrebbe risposto in breve tempo, dato che da ciò che potevamo vedere dal sito, era impegnato in molte attività e in vari luoghi, non solo in Toscana. Invece ci rispose subito, inviandoci l’intenso programma di attività previste a Santa Maria in Acone. Lui sarebbe stato presente solo in alcune occasioni, allora studiammo bene il programma e le nostre disponibilità e decidemmo di andare alla sua Conferenza su Confucio il 25 Aprile. Ovviamente informammo il monaco che saremmo andate a conoscerlo in quella data.

Come era già accaduto diversi anni prima, l’amicizia con Tiziana riprendeva vita attraverso un’azione interessante da fare insieme. La prima volta era stata la realizzazione del calco alla maniera dei Caldei, un calco fatto di ceramica per produrre copie in metallo. I calchi e le copie erano un tema di studio che apriva una specie di parentesi “a freddo” all’interno del percorso dell’Uffizio del Fuoco. L’Uffizio in questione era una ricostruzione, fatta in base all’esperienza diretta, delle tappe dell’evoluzione umana, a partire dalla conservazione del fuoco e fino alla fusione e lavorazione del vetro. Quella volta l’azione interessante ci aveva portato ad approfondire molto la nostra conoscenza e amicizia. Questa volta l’azione che coronava la coincidenza degli interessi era quella di incontrare una persona ispirata, secondo noi, una persona particolare che volevamo conoscere meglio e alla quale volevamo far sapere dell’esistenza del Siloismo.

La conferenza era fissata alle 21. Avevo guardato in Internet l’indirizzo, il luogo era un po’ sopra Pontassieve, comune limitrofo di Firenze, e sembrava che ci fossero delle strade di campagna per arrivare, ma sicuramente avremmo trovato delle indicazioni. Partimmo con il mio scooter dopo una cenetta veloce e con un buon anticipo. Superato il centro abitato del paese iniziarono le curve, scomparve l’illuminazione pubblica e la strada, dopo poco, divenne sterrata. Nessuna indicazione. Cominciammo ad avere dei dubbi. Il vecchio parabrezza del mio scooter era molto graffiato e questo non aiutava molto la visibilità. Destra o sinistra? Arrivate a un incrocio in mezzo al niente, decidemmo di andare dove ci portava il fiuto e ci dicemmo anche che, se dopo qualche centinaio di metri non avessimo trovato niente, saremmo tornate indietro e, forse, a casa. Invece trovammo il piccolo borgo e alcune persone che, sullo sterrato, stavano parlando tranquillamente. Chiedemmo se c’era Guidalberto e ci confermarono che era là, vicino al fuoco, con i ragazzi.

Lasciammo il motorino vicino al primo edificio e ci dirigemmo col casco in mano verso il centro di una specie di aia, nella quale spiccava un bel fuoco crepitante e dove c’erano delle panche messe in circolo e un gruppo di ragazzi che si muovevano e parlavano nella penombra. Da lontano riconobbi la voce del monaco: “Non ci posso credere, ce l’avete fatta!”. Ci accolse con affetto, come se fossimo di famiglia e ci offrì una tazza con una tisana calda. Anche noi non ci potevamo credere, a quel punto. Eravamo un po’ destabilizzate e ci rendemmo conto che non era stato affatto facile arrivare lì, niente aveva facilitato le cose. Guidalberto e gli altri monaci erano vestiti come dei boscaioli, l’ambiente era festoso e familiare, c’era un gruppo di scout in visita – ci spiegò – e poco dopo sarebbe iniziata la conferenza, ma prima voleva farci visitare il luogo, anche se era ormai buio. Ci raccontò che, con il gruppo dei Ricostruttori, avevano chiesto alla Curia la possibilità di ristrutturare, a proprie spese, l’antico borghetto con la Pieve abbandonata e avevano avuto il permesso di farlo. Si sentivano molto liberi di parlare della comunità Cattolica senza tabù, dato che, oltre a quel permesso, non avevano ricevuto alcun finanziamento e le opere si erano realizzate esclusivamente con l’aiuto fisico ed economico delle persone che si erano avvicinate, nel tempo, ai Ricostruttori. Ci fece vedere la residenza dei monaci e delle monache, il laboratorio di erboristeria, la falegnameria, l’atelier per dipingere e la grande cucina. Infine la cripta, dove ci saremmo riuniti per la conferenza, e la chiesetta, luogo dedicato alla Pratica della Orazione del cuore e ai momenti del rito. Tutto era estremamente rustico ma funzionale e con un’estetica sobria e accogliente. La chiesetta mi colpì in modo particolare. C’erano torce alle pareti e tappeti in terra, in fondo alla sala si stagliava un’immagine a colori acidi del volto del Cristo della Sacra Sindone, di grandi dimensioni. Volli fare una prova, mi tolsi le scarpe, entrai e mi sedetti di fronte all’immagine. Mi collocai più profondamente che potevo dentro di me e cominciai a chiedere, respirando ritmicamente, chiedevo ascolto e protezione alla mia Guida Interna e, a un certo punto, quando mi sentii connessa e pronta, aprii lievemente le palpebre e l’immagine del volto del Cristo mi balzò di fronte, viva, in tre dimensioni. Mi emozionai ed ebbi una bella connessione con la Forza. Trovai il tutto molto intelligente e sensato, costruito coerentemente su una credenza autentica. Conoscevo più o meno la storia della Orazione del Cuore e sapevo che le Scuole mistiche si erano formate sempre all’ombra delle grandi religioni, ma non avevo idea che ci fosse gente, così vicino a me, che la stava praticando ancora in modo così serio.

Concluso il giro, ci riunimmo con i monaci e gli altri amici dei Ricostruttori, una dozzina di persone in tutto, scalzi e seduti su tappeti a terra in cerchio, nella cripta illuminata dalle torce. Il monaco aveva in mano una serie di foglietti con degli appunti brevi, che gli ricordavano cosa dire e in questo modo condivise con noi ciò che aveva studiato a proposito di Confucio durante la sua formazione. L’interesse comune era chiaro, anche dalle domande e dai commenti degli ascoltatori: comprendere la pratica mistica delle altre culture e fare relazioni con la propria, per approfondire il tema dell’esperienza mistica, senza filtri, senza pregiudizi, lavorando con le fonti dell’informazione e con l’esperienza di chi praticava da maggior tempo. Durò circa un’ora e mezzo e poi tornammo fuori, nell’aia, dove gli scout giocavano allegramente. Io e Tiziana avevamo portato alcuni libri da regalare a Guidalberto, così approfittammo di quel momento per parlare un po’ con lui. Ci disse che la comunità che stavamo vedendo si era formata con delle persone che, per la maggior parte, erano atee o che avevano abbandonato la religione perché ne erano rimaste deluse. Ci raccontò che lui stesso aveva smesso di frequentare la Chiesa a quattordici anni e, se non avesse incontrato uno dei primi Ricostruttori, che lo aveva invitato a praticare l’Orazione del Cuore, forse la sua storia sarebbe stata un’altra. Quindi, lui praticava da quando aveva quattordici anni. Dedicava a quella forma di preghiera diverse ore al giorno, in diverse sessioni e, nella sede cittadina, il gruppo insegnava alle persone che lo desideravano, delle forme di avvicinamento alla pratica. Se, poi, qualcuno decideva di lavorare in modo più intenso, allora veniva seguito in modo personalizzato. “Certo” – dissi io – “perché poi cominciano a succedere cose…” e il nostro sguardo si incrociò. Ebbi la certezza, in quel preciso momento, che la Profondità era per quella persona una esperienza quotidiana. Una sensazione di fusione, in quello sguardo breve, annullò le individualità e lasciò respirare lo spirito. Allora mi aprii e gli raccontai delle mie esperienze con il Cristianesimo nell’infanzia e della delusione profonda che era sorta in me a causa dell’incoerenza e dell’ipocrisia di cui ero stata testimone. Con Tiziana gli parlammo anche dei Parchi di Studio e Riflessione e della Scuola di Silo, di cui conosceva l’esistenza anche se non aveva mai letto i suoi libri.

Poi, dopo i saluti affettuosi, ci dirigemmo al nostro mezzo di trasporto e cominciammo a pensare alla lunga strada buia in mezzo alla campagna, che ci aspettava. Sentivo una specie di ebbrezza lucida, qualcosa stava succedendo in me ed ero invasa dalla certezza di una comprensione che si espandeva e che mi metteva in contatto con una profonda serenità. Una serenità infinita e la comprensione crescente di Tutto, ma senza essere in grado di focalizzare alcun pensiero o concetto preciso. Solo la luna piena ci regalava ombre e luci, per guidarci in quel sentiero pietroso, che gradualmente si allargava e tornava a essere una carreggiata asfaltata. “Se infiliamo male una curva e finiamo in un burrone stasera” – ci dicemmo ridendo, mentre avanzavamo alla cieca nel buio sporgendo la testa oltre il parabrezza – “saremo comunque spiritualmente ben accompagnate!”.

Solo il giorno dopo riuscii a capire qualcosa di quello che mi era successo. Scrissi allora una e-mail a Guidalberto, lo ringraziai per la gradevole serata e gli promisi di restare in contatto. Gli dissi chiaramente che non avevo intenzione di riavvicinarmi al Cristianesimo, perché avevo già da tempo trovato la mia via, ma che il fatto di conoscere lui e la sua storia mi aveva messe di fronte a un’operazione che, forse ora, avrei potuto intraprendere. L’esistenza dei Ricostruttori e di persone come lui, mi permettevano di riconciliarmi con il Cristianesimo, che aveva lasciato in me un’orma oscura, un’ombra che si era ulteriormente ingrandita con lo studio e l’osservazione diretta delle atrocità commesse, nella storia vicina e lontana, da quella organizzazione e in nome di quel credo. La mia riconciliazione non avrebbe previsto alcun perdono per quelle azioni, ma senza dubbio avrebbe potuto nutrirsi del riconoscimento dello spirito in chi, come I Ricostruttori, avevano professato un Cristianesimo diverso, essenziale e alla ricerca di una libertà interiore, piuttosto che del potere psicologico e materiale sul mondo e sull’umanità.

All’improvviso

(da Nove Storie – inedito)

Le dolci colline verdi della Svizzera riempivano la visuale mentre con Georg, il mio compagno, ci dirigevamo in auto al supermercato di Weinfelden. All’improvviso un’emozione forte mi stupì e un ricordo nitido mi attraversò la mente. Decisi di seguirlo.

Si trattava di un ricordo di almeno quindici anni prima. Facevo ancora l’educatrice per una Cooperativa Sociale e lavoravo in una casa famiglia per minori a Firenze. All’epoca le strutture di quel tipo si erano riempite di ragazzi che arrivavano con i barconi dall’Europa dell’Est, attraverso il Mare Adriatico. Imbarcazioni improbabili con a bordo adulti e ragazzini provenienti dal Kossovo, dall’Albania, dalla Macedonia, dal Montenegro. La quantità di armi e di gente folle e armata in quei paesi, dopo la sanguinosa guerra civile che aveva definitivamente dissolto la ex Jugoslavia, aveva convinto molte famiglie a mandare via i loro figli. Tentavano di salvarli e li imbarcavano su navi sgangherate e sovraffollate in cerca di fortuna e di un posto dove poter andare a ballare la sera senza rischiare sempre di essere ammazzati. Poi c’erano i ragazzi che giungevano dal Nord Africa con molta fortuna, dopo la traversata del Mediterraneo e chissà quale altra terribile esperienza impossibile da narrare. Dopo una prima accoglienza quelli al di sotto dei diciotto anni, protetti dai Diritti Universali del Fanciullo, venivano distribuiti sul territorio nazionale nelle case famiglia per minorenni. In quelle stesse strutture alloggiavano temporaneamente anche i minori residenti in Italia, allontanati dalle famiglie in difficoltà o da situazioni in cui avevano subito dei maltrattamenti o delle violenze. Comunque sia, erano tutti giovani che avevano vissuto situazioni traumatiche, erano tutte storie di poveri figli, come li definivamo a volte fra colleghi. In quel momento avevamo in casa quattordici ragazzotti tra i quindici e i diciotto anni, alcuni erano alla fine del loro percorso dopo aver frequentato la scuola italiana per diversi anni, altri erano appena arrivati e possedevano poche parole comprensibili nel proprio repertorio. Uno di loro, Mitat, era particolarmente turbolento ed estremamente vivace. L’avevo conosciuto qualche mese prima in un’altra casa famiglia, dalla quale era stato spostato da poco tempo perché non ce la faceva proprio a rispettare tutte le regole di quella struttura. Mi era rimasto simpatico per la sua incontenibile energia e lo avevo trovato bene in questa nuova situazione: una casa in piena campagna, vari ragazzi albanesi come lui, un sistema di norme più flessibile, data l’ubicazione dell’edificio. Poteva andare a correre tutti i giorni sulle strade sterrate dei dintorni, così scaricava meglio l’energia in eccesso e si era fatto più responsabile.

Quella sera stavo entrando in turno per fare la notte e avevo preparato alcuni giochi che volevo realizzare nel dopocena col gruppo, così magari si imparava anche qualche parola nuova. Al mio arrivo però, avevo trovato i miei colleghi stanchi e con una tremenda delusione dipinta sul volto. Qualcuno aveva preso i soldi dalla nostra cassa e, nonostante gli educatori avessero ripetutamente chiesto ai ragazzi di dire come erano andate le cose, l’omertà aveva prevalso. Gli educatori in turno avevano quindi deciso di sporgere una regolare denuncia ai carabinieri la mattina seguente. Questa notizia mi aveva fatto sentire malissimo. “Guarda, se vuoi provarci anche tu, sono tutti di là in salotto davanti alla TV”, mi aveva detto la mia collega Nicoletta prima di andarsene.

Già da anni svolgevo delle attività con gli stranieri come volontaria e sapevo bene in quale ambiente, più o meno larvatamente xenofobo, si sarebbero dovuti inserire questi giovani migranti anche nella migliore delle ipotesi. Non riuscivo proprio a immaginare come avrebbero potuto cavarsela con una denuncia di furto come biglietto da visita. Tutte le opportunità decenti sarebbero scomparse in un batter d’occhio. I ragazzini stranieri con precedenti o segnalazioni penali erano la carne da macello per le mafie; mi scoppiava il cuore, non potevo permetterlo. Dopo essermi concentrata un momento sul messaggio che volevo trasmettere mi diressi in salotto. Passai in mezzo a loro in silenzio: alcuni erano seduti sul divano, altri sulle sedie e guardavano un film d’azione di pessima qualità con espressioni poco interessate. Mi misi davanti allo schermo, dopo averlo spento, rivolta verso di loro e li guardai diritti negli occhi senza parlare per un momento. Anche se sapevo che più della metà di loro non avrebbe capito niente di quello che dicevo, lasciai andare il fiume di parole che avevo in testa e tutte le mie emozioni. “Voi forse non avete capito dove siete. I vostri genitori si sono indebitati per farvi sfuggire alle mafie dei vostri paesi o alla mancanza di futuro e voi, con questa cazzata, vi giocate tutto. Tutto! Voi non avete capito che qui, in questo paese democratico, fuori da questa casa, c’è una grande quantità di razzisti e un sacco di mafia che non aspetta altro che di usarvi. Uscite da qui e siete senza alcuna protezione e – non fatemelo nemmeno pensare – con una denuncia sulle spalle non troverete uno straccio di lavoro legale, nemmeno a piangere. Questo non è un gioco, sono le vostre vite, dopo tutto quello che avete passato per arrivare qui!”

Stavo per piangere, mi fermai un momento. Avevo di fronte a me degli occhi spalancati su quelle faccine giovani con un enorme punto interrogativo, chi più chi meno, ma con l’espressione di aderire pienamente alle emozioni intense che stavo trasmettendo. “Entro mezzanotte voglio i soldi in ufficio e voglio sapere chi è stato e perché. Nico, per favore, puoi tradurre quello che ho detto agli altri?” chiusi, e me ne andai. Mentre tornavo in ufficio sentii che Nico parlava in albanese e poi in dialetto Rom o in kosovaro, per spiegare agli altri che gli chiedevano, eccitati, che cosa avessi detto. Si era creato scompiglio, qualcosa si era mosso. Nico, un bel giovane ormai quasi maggiorenne, era in Italia da diversi anni. Da una casa famiglia a un’altra, era riuscito a completare le scuole medie, imparare l’italiano perfettamente ed evitare di finire a rubare autoradio.

Tornai in ufficio in uno stato di lieve alterazione, un po’ elettrica, dentro di me una lucina si era accesa e raccontai sommariamente al collega del turno di notte come era andata. “Speriamo”, mi disse. Circa un’ora dopo Mitat venne in ufficio consegnandoci i soldi e confessando il furto. Capimmo, tra le righe, che non l’aveva fatto da solo, ma lui volle prendersi tutta la responsabilità, tanto, a dire suo, era già incasinato. Il giorno seguente iniziarono le pratiche per la sua dimissione e fu spedito in una comunità diretta da un sacerdote in Emilia Romagna (nella quale tra l’altro, si trovò molto bene e ci scrisse qualche tempo dopo). Non fu fatta alcuna denuncia.

Perché questo ricordo con quell’emozione così viva e forte? Un’immagine imprevista, un aneddoto che era sbucato all’improvviso dalla mia biografia, senza un’associazione immediata con il paesaggio o con la mia situazione di quel momento. In realtà qualche giorno prima avevo redatto, per l’ennesima volta, il mio curriculum vitae e avevo ripercorso la mia carriera di educatrice, anche se l’attenzione era posta più che altro sulle date di inizio e di fine degli incarichi lavorativi. Certo in quegli anni avevo vissuto moltissime situazioni di quel tipo e anche più forti, più al limite. Qual era dunque il messaggio? Cosa mi voleva dire quell’intrusione della memoria?

Questi fenomeni, molto comuni, a volte sono prodotti dal movimento nella memoria – che lavora permanentemente – in cui i ricordi si riaccomodano. E allora capita che queste immagini volanti si sovrappongano alla percezione. Però talvolta succede che queste immagini, improvvise e senza contesto, siano la traduzione di un contatto con dei contenuti mentali più profondi, che sono presenti anch’essi in modo permanente e che mandano i loro segnali, con maggiore o minore intensità. Credo che stavolta si trattasse di un mix fra le due opzioni. Da una parte la mia coscienza era irritata dai termini e dagli atti di stampo xenofobo che riempivano la cronaca e la propaganda in Italia; dall’altra parte c’era l’impulso profondo all’apertura, alla compassione vera, all’amore incondizionato che premevano dall’interiorità e che cercavano una loro espressione nel mondo. In un istante questi due impulsi si sono incontrati, mentre tornavano in primo piano le date del curriculum vitae e allora si è agganciato quel ricordo che, più tardi, è balzato fuori con tutta l’emozione che lo accompagnava. Forse come un semplice esempio di soluzione di un conflitto, una soluzione basata sul senso di umanità piuttosto che su improbabili ricette tecniche o politiche.

Chissà.

Il Maestro della Disciplina

(da Nove Storie – inedito)

“La tua richiesta per fare la Disciplina Energetica è stata accettata. Tra qualche giorno ti informeremo su quale Maestro seguirà il tuo processo”. Più o meno così recitava una e-mail in risposta alla mia domanda, fatta di persona poco più di un mese prima a Claudio, amico e Maestro già da qualche anno.

Avevo fatto la mia richiesta spinta da una necessità che ormai era arrivata al limite. La Scuola di Silo aveva aperto le sue porte da qualche anno, ma non mi ero decisa a chiedere di fare la Disciplina perché credevo che i miei impegni sociali e personali non mi avrebbero lasciato il tempo e la concentrazione necessari per svilupparla in modo adeguato. La Disciplina, per quello che avevo inteso fino a quel momento, era una pratica che avrebbe aperto un varco verso la dimensione più profonda di me stessa. Silo aveva ricostruito ben quattro antichissimi percorsi di meditazione che potevano portare a esperienze importanti di contatto col Profondo e, da quando aveva cominciato a costruire la sua Scuola, già una cinquantina di persone, provenienti da diversi continenti e latitudini, avevano portato a termine i loro cammini disciplinari e stavano seguendo nuovi processi. Scoprii che, poco dopo la mia chiacchierata con Claudio, la Scuola aveva chiuso nuovamente le sue porte, forse per avere il tempo di far avanzare i nuovi Discepoli nei loro percorsi. Avevo chiesto giusto in tempo.

Non ci capivo molto, ma ero certa di voler fare quel lavoro, quell’esperienza faceva parte delle cose che dovevo fare in questo mondo e quindi, da dentro, una vocina e un sentimento mi avevano spinto fino a quella chiacchierata. Ma dopo avere salutato Claudio mi ero sentita in completa libertà e in pace con me stessa. Avrei potuto non ricevere alcuna risposta e avrei sentito lo stesso di avere fatto tutto quello che era nelle mie possibilità.

Quando lessi la mail di risposta mi accadde una cosa particolare, sentii che si apriva una specie di finestra dentro al mio cervello e che iniziava a passare aria fresca. Rimasi qualche istante imbambolata davanti al computer osservando quella reazione inaspettata e poi ripresi le mie attività.

Edgardo, un Maestro argentino che aveva vissuto in Italia 30 anni, si era proposto di seguire il mio processo e così, dopo poco tempo, mi organizzai per avere un primo incontro con lui.

Cosa voleva dire seguire il mio processo? Sapevo che la pratica disciplinare si faceva da soli, non avevo immagini precise e non avevo ascoltato le dicerie e le leggende metropolitane che già circolavano in proposito, perché quel rumore di sottofondo prodotto dai “nostri” era una delle cose che non mi era mai piaciuta, nonostante partecipassi al Movimento Umanista ormai da venti anni. Ero quindi completamente al di fuori del gossip, sprovvista di immagini e di risposte pronte. Avevo conosciuto Edgardo molti anni prima e negli ultimi tempi eravamo entrambi impegnati nel Centro delle Culture, un’associazione antirazzista e per la convergenza fra le culture, che lui aveva creato e fondato in Italia. Anche se, da quando era tornato a vivere in Argentina, non ci eravamo visti spesso, nutrivo per lui un rispetto e una stima profondi. Avevo però anche una certa sensibilità verso alcune sue forme, il sarcasmo argentino era anche più acido e graffiante di quello toscano, a cui ero abituata. Mentre da Lima, dove vivevo all’epoca, andavo a Buenos Aires per incontrarlo, avevo ripercorso con la memoria tutti i momenti in cui i nostri cammini si erano incrociati. E, dopo la nostra prima riunione, i residui di insicurezza si volatilizzarono e sentii che stavamo entrando in una relazione di incredibile sintonia. Compresi che solamente io avrei potuto guidare il mio processo, in base alle mie intenzioni più profonde. Il Maestro mi avrebbe accompagnato, a un passo dietro di me, avrebbe introdotto e ricordato i passi del percorso disciplinare, codificati in poche frasi dai documenti allora in nostro possesso. Ma prima di intraprendere la Disciplina vera e propria avrei dovuto prepararmi su tutto il lavoro interno proposto dal sistema di Autoliberazione, per rinfrescare il linguaggio e normalizzare lo stato di veglia. La Disciplina avrebbe buttato all’aria gli schemi e condotto in modo consapevole e voluto verso alcuni stati alterati di coscienza, era quindi necessario prepararsi bene per essere in grado di riconoscere i fenomeni a cui si andava incontro e non scambiarli con semplici suggestioni o manifestazioni di temi non risolti.

Successivamente Silo riaprì la Scuola e modificò l’approccio alla Disciplina attraverso il lavoro di gruppo, senza il rapporto Maestro – Discepolo, ma con la pratica e l’interscambio orizzontale fra i partecipanti, in base a un documento di guida che raccoglieva molte più informazioni e dettagli sulla pratica e che è tuttora di dominio pubblico. Ciò impresse una velocità spettacolare ai processi disciplinari che, fino ad allora, avevano avuto bisogno di diversi anni per completarsi. Quando ciò accadde pensai che era geniale, che quella era davvero la forma più adeguata per far sopravvivere ai tempi e alle generazioni questa antica conoscenza e per traghettarla verso il futuro.

Ma quella non è stata la mia storia. Io ho avuto un Maestro, ed è stata per me un’esperienza straordinaria. Nei tre anni che ci videro svolgere ognuno la sua parte, posso dire di avere percepito un avvicinamento ogni volta più profondo al mio Maestro. La sua immagine dentro di me è stata inizialmente di protezione e di stimolo. Protezione, perché la sola consapevolezza che ci fosse almeno una persona che sapeva, nei dettagli, quello che stavo sperimentando con il mio lavoro, mi faceva sentire più tranquilla, dato che non potevo parlarne con nessun altro. Stimolo, perché le sue domande, spesso più che le sue risposte, mi aiutavano sempre a ricollocarmi nella mia intenzione di partenza, a riprendere il contatto con ciò che mi aveva spinto nella direzione di un approfondimento spirituale.

La sua presenza, come permanente rappresentazione dentro di me e come riferimento esistente al di fuori di me, ha poi acquisito sempre più il gusto della complicità. Quell’essere allo stesso tempo l’indiscusso allenatore e il primo fan che ti guarda e ti aspetta allo striscione che segna l’arrivo della tua corsa, ha caratterizzato il clima della nostra relazione. E l’ultimo abbraccio, dopo avere ultimato il mio cammino, ha segnato per me una fraternità che non potrà essere smarrita, ma solo approfondita al di là del tempo e dello spazio.

Comprendo la necessità di ognuno di noi di avere delle persone a cui fare riferimento, non solo nel caso di situazioni molto importanti o delicate, ma anche nella vita di tutti i giorni. se però queste guide non sono disponibili a condurci nel luogo da cui loro osservano i fenomeni, o non sono capaci di stimolarci a muovere la nostra prospettiva per riuscire a vedere quello che loro vedono, qualcosa di fondamentale viene a mancare. Nell’epoca in cui i cammini spirituali si moltiplicano e si diffondono con una velocità mai vista, è imprescindibile scegliere tra avere fede o avere un’esperienza diretta di crescita spirituale. Mi rendo conto che questa scelta potrà cambiare significativamente la rotta storica dell’essere umano.

Silo

(da Nove Storie – inedito)

Come si può parlare di una persona così speciale senza sembrare dei fanatici? È molto difficile.

Ma credo che tutti quelli che hanno potuto conoscere Silo di persona, siano testimoni di ciò che provocava la sua presenza. Riesco, per questo, a comprendere la straziante mancanza che ha prodotto la sua morte, in coloro che più gli erano vicini. Però non è il mio caso. Al contrario, da quando se ne è andato, a me sembra di averlo qui accanto a me e, ogni volta che leggo qualcosa della sua impressionante opera, mi sembra di sentire la sua voce che pronuncia quelle parole.

Io non ho avuto occasione di conversare da sola con Silo e non me ne rammarico perché, evidentemente non faceva parte della mia storia, ma molti miei cari amici gli erano molto vicini.

Silo era un uomo realmente evoluto. Non so come si immaginano gli altri l’evoluzione dell’essere umano, io me la immagino così, come lui.

Un piccolissimo esempio, per cercare di spiegare la sensazione particolare che la sua vicinanza scatenava nella gente. La prima volta che l’ho avuto a mezzo metro per qualche ora, eravamo poco più di una decina di persone, d’estate a una cena organizzata da alcuni membri del Movimento Umanista. Fui invitata e mi recai volentieri all’appuntamento. Fino a quel momento, a parte il saluto affettuoso che riservava a ogni persona durante gli incontri pubblici, il contatto diretto con Silo era stato pressoché inesistente. Studiavo, praticavo e diffondevo con entusiasmo il suo pensiero, ma il mio profondo anarchismo e ateismo non mi avevano permesso di pormi in un atteggiamento di adorazione. Quindi ero molto curiosa ed eccitata per quell’incontro.

Mi sedetti nel posto di fronte a lui, che era libero e lo osservai con accuratezza durante tutta la cena, nella quale ridemmo molto. Fantastico istrione e capace di mixare argomenti e sguardi diversi sullo stesso argomento in modo realmente magistrale. E fino a qui tutto normale, anche da lontano queste sue facoltà erano chiaramente visibili. Ma a un certo punto qualcuno gli chiese di parlare della morte. Cambiò il tono del pubblico e, dopo poco, lui ci chiese in modo diretto, come se fosse un indovinello, quale era la cosa, secondo noi, più simile alla morte. Si fece silenzio. A me venne spontanea la risposta ma attesi che qualcun altro lo dicesse, come spesso facevo. Nessuno diceva niente e adesso lo comprendo, ne comprendo il perché. Moltissime persone, di fronte a quella relazione così diretta, andavano completamente in confusione e, prima di riprendersi e rimettere in moto la macchina mentale, passava del tempo. Ma io, in quel momento, ero ancora in fase di osservazione, intellettualmente reattiva, non mi ero ancora emozionata davvero, e quindi gli risposi, quasi sottovoce: “la nascita”. Si voltò lentamente verso di me e mi guardò negli occhi, con una espressione di un interesse e di non so quale altro sentimento che non so spiegare, e mi chiese dolcemente come mai avessi risposto così. Perché la morte, secondo me, assomigliasse alla nascita. In quello sguardo sentii una specie di scanner che poteva vedere in trasparenza fin dentro ai miei pensieri e sentimenti più intimi, una sensazione veramente strana, di una empatia fisica, percettibile, fluida. Una sostanza eterea si muoveva verso di me e si univa con la mia sostanza che era quieta e in posizione ricettiva. Non c’era pressione, non era una sensazione di intrusione di qualcosa dall’esterno, era piuttosto una fusione di sostanze della stessa natura. Abbiate pietà di me! È davvero troppo difficile da descrivere. Però ero perfettamente rilassata in quel momento e con le idee chiare. Così gli cominciai a spiegare perché dicevo quello che dicevo, anche se con un tono abbastanza sommesso, dato che non mi aspettavo proprio di trovarmi in quella situazione. Ero partita con l’idea di osservare, studiare quell’essere da vicino e rimanere nella mia comoda penombra. Ma il tema della morte era sempre stato un tema di grande interesse esistenziale per me, fin da quando ero adolescente. Inoltre, avevo lavorato alcuni anni anni nel campo socio sanitario e mi era toccato di assistere delle persone vicine alla morte, già diverse volte.

Allora gli raccontai la mia esperienza più recente, quella dell’ultima visita alla mia zia morente, che avevo assistito da vicino durante tutta la fase terminale. Lì accadde qualcosa di speciale e mi sembrò di vedere che lei, già in agonia, quando era più in contatto con questo mondo materiale, vedeva me e le cose accanto a lei e soffriva, perché il suo corpo si stava arrestando in tutte le sue funzioni. Ma, a questa situazione sofferente, si alternavano momenti in cui il suo sguardo si lanciava verso una differente visione e il suo volto si rasserenava completamente. Cosa stava vedendo? Interpretai quell’espressione come l’inizio del contatto con una dimensione diversa, una dimensione fisica ed energetica differente, un altro mondo. E questo era, secondo me, un meccanismo di nascita, come anche immaginavo dovesse accadere a chi usciva dall’involucro acquoso e protettivo dell’utero materno.

In poche parole raccontai a Silo questa mia deduzione, mentre continuavo a sentire la sua presenza curiosa e affettuosa fuori e dentro di me. Quando smisi di parlare mi guardò con un’espressione di una bontà commovente e una vicinanza che non ci sono parole per descrivere. E disse qualcosa come: “Sarebbe bello, se fosse così…”. Poi la conversazione proseguì, anche altri espressero le loro esperienze ma ne ho poca memoria, tutto è avvolto da una nebbiolina. Verso la fine, l’incontro riprese i toni allegri dell’inizio. Io tornai a casa destabilizzata, internamente accelerata e piena di una sensazione di gioia, mista a pace e a un amore immenso che straripava. E quell’aneddoto si fissò fortemente. Dopo svariati mesi incontrai di nuovo Silo, questa volta durante un evento pubblico, e quando andai a salutarlo mi guardò con ilare sorpresa e mi disse “Che gioia vederti!” e questo fu il saluto che, durante i successivi anni ci scambiammo in quelle occasioni sociali. Non ci fu mai più un’occasione analoga a quella cena, anche se altre volte mi trovai di fronte a lui in qualche tavolata. Ogni volta che lo rivedevo, anche da lontano, saliva dentro di me quella “destabilizzazione” che non sapevo descrivere con parole adeguate e che alterava il mio stato .

Solo molto più tardi, dopo aver studiato in modo più approfondito la sua spiegazione degli stati alterati e di quelli ispirati della coscienza, ho compreso ciò che mi era accaduto. Si trattava di uno di quegli stati ispirati. Silo era capace, semplicemente con la sua vicinanza e il suo interesse, di accelerare i processi interni di altre persone, sempre che queste persone desiderassero di evolvere, certo.

Questo significa, per me, essere evoluti.

Silo è stato e continua a essere una grande guida e un grande Maestro per molte persone, me compresa, e la sua opera prosegue dentro di noi e attraverso i nostri atti ispirati.

Vittima o superstite

A tutti succedono cose sgradevoli prima o poi. Quando ci sentiamo trattati male, accusati ingiustamente, quando ci sembra di stare in una specie di Armagheddon nel quale perdono stabilità tutti i nostri punti fissi, di solito attribuiamo a qualcun altro o a qualcosa di esterno la responsabilità di quegli avvenimenti. Abbiamo bisogno di cercare una spiegazione: “Perché a me?”, “Perché proprio io?”. E, normalmente, quando ci diamo delle risposte a partire da quel clima doloroso, prendiamo dei clamorosi abbagli.

A volte, effettivamente abbiamo subito dei soprusi, a volte invece, senza rendercene conto del tutto, ci siamo infilati in situazioni impossibili da risolvere che ci hanno portato al fallimento o al disastro.

Ma poi, in ciascuno dei due casi, la cosa veramente importante è come comprendiamo l’accaduto, come lo integriamo nei nostri vissuti, cosa impariamo, come ne usciamo.

Quando ci sentiamo delle vittime e ci portiamo dietro quella sensazione senza metterla mai in discussione, in realtà stiamo alimentando il nostro risentimento per quel qualcuno o quel qualcosa che, nel fondo, reputiamo sia il colpevole dei nostri mali, anche se fosse un essere intangibile come “il Destino”. Non lo diciamo, anzi, siamo pure capaci di perdonare pubblicamente chi, secondo noi, ci ha danneggiato, ma in realtà non è vero niente. E’ solo un gioco di ruolo che, mentre ci promette autoaffermazione e giustizia, ci fa perdere la dignità. La condotta della vittima ci porta a ripetere noiosamente certi comportamenti che, prima o poi, ci ributtano in una circostanza dolorosa. La vittima non chiede chiaramente un aiuto, nel fondo lo pretende degli altri, non parla mai chiaro perché è una forma di manipolazione operata toccando delicati interruttori delle viscere altrui. E siccome funziona, cioè, spesso la vittima poi ottiene ciò che vuole, e sembra che ciò le dia soddisfazione, questo comportamento si fissa come “positivo”. Però non basta mai, e allora, va di catastrofe in catastrofe per ottenere risarcimenti infiniti che, però, non sono capaci di soddisfare quella voragine di sofferenza che ormai si è creata.

Quando ci sentiamo dei superstiti, vuol dire che sentiamo che quello che ci è accaduto è una storia chiusa, quali che siano le responsabilità e l’apparente giustizia o ingiustizia che si sia fatta. Se ci sentiamo superstiti è perché abbiamo capito qualcosa, imparato qualcosa anche dalla circostanza più disgraziata o senza senso che ci è toccato vivere. La nostra dignità è intatta, siamo capaci di chiedere e di dare apertamente, con libertà e senza vergogna e, se qualcuno ci compiange o si addolora per noi, siamo capaci di fargli vedere gli aspetti positivi anche di quella esperienza. Il superstite è più consapevole, anche se soffre per ciò che gli accade, anche se effettivamente sta subendo una ingiustizia o se soltanto si è messo nei guai con le sue mani. Cerca la comprensione lucida, che a volte significa anche scoprire qualcosa di sé che non si voleva vedere e che la circostanza triste ha messo a nudo. A volte significa assumere l’inevitabilità di fatti che da fuori e da lontano parevano evitabili. E pure questo comportamento ha le sue conseguenze, perché, effettivamente, il superstite sa che è sopravvissuto a un evento che non si ripeterà mai nello stesso modo, che la vita lo porterà forse a nuove sfide, forse a conflitti e frustrazioni, ma sente una grande forza che lo accompagna. Quella forza si chiama riconciliazione.

Non importa quale sia la situazione che abbiamo vissuto, non importa quale sia la “verità”, che spesso è sfumata e sfuggente. Ciò che vale davvero è come affrontiamo e superiamo gli avvenimenti difficili o dolorosi della vita. Il nostro sguardo è ciò che più importa. Verso dove e verso cosa lo dirigiamo e come valutiamo, alla fine, la nostra esperienza.