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Con o senza parole

Il titolo di questo blog non è casuale. Non ci si rende conto del valore e del peso delle parole fino a quando non ci si trova in situazioni-limite. Parlo di situazioni in cui si evidenziano l’importanza e il senso delle parole, come nel caso della parola “razzismo”. Negli ultimi anni della mia attività sociale ho sentito dire troppe volte per strada: “Io non sono razzista, ma…” a cui seguivano affermazioni squisitamente xenofobe verso una o un’altra etnia o cultura. Quel ma abilitava qualsiasi affermazione.

Ma ci sono anche situazioni-limite in cui le parole iniziano a mancare. Non si sa più definire cosa stia accadendo a noi stessi o intorno a noi. A volte è lo stupore di fronte alla grande mostruosità o all’infinita meraviglia che ci toglie le parole e ci lascia senza fiato. Quando invece la mancanza di parole diventa patologica, si chiama afasia: l’immagine di quello che si vorrebbe indicare arriva alla mente, ma gli manca la didascalia.

David sulle nuvole

Per mia fortuna e per lo sforzo cosciente che negli anni ho applicato,  varie volte sono rimasta sospesa fra le nuvole, senza parole, rapita dalla meraviglia inenarrabile, colpita dall’emozione ineffabile, colta dalla comprensione più inspiegabile. Finché avrò parole cercherò di raccontare queste esperienze e la visione delle cose che, successivamente, si è aperta un varco nel mio sguardo ignorante.

 

Il boomerang dell’empatia

Cosa mi succede quando una persona a me cara sta male? Spesso l’affetto che provo mi porta a immedesimarmi nella sua situazione e immaginare quello che potrebbe provare. Si tratta di empatia, è normale.

Se la persona cara non è tanto vicina a me, al massimo le auguro di riprendersi, di migliorare, di guarire o quella che mi sembra la migliore situazione per lei e poi vado avanti per la mia strada. Ma, se la persona cara è qualcuno che mi sta molto vicino, è più facile che quella semplice empatia si trasformi in una identificazione più permanente. E così mi ritrovo a soffrire insieme a lei, anche se io non ho nessun problema di quel tipo. A volte riesco anche ad ammalarmi di qualcosa. E la persona cara non ne giova affatto. Si tratta di un circolo vizioso che mi incatena a una spirale di sofferenza dalla quale non è affatto facile uscire. Posso arrivare perfino a irritarmi molto e colpevolizzare la persona che sta male, anche per la mia sofferenza. Curiosa forma della coscienza umana per trovare una via di uscita.Stonhenge su lago

Non parlo per sentito dire e non dico di riuscirci ogni volta che vorrei, ma questo circolo vizioso si può riconvertire in un circuito di benessere che cresca per entrambi. L’ho sperimentato prima con le persone care più distanti da me e poi con quelle molto care ma distanti fisicamente. Ho iniziato, cioè, a pensare a loro almeno una volta al giorno, da quando sono stata informata del loro disagio. Ho pensato alla loro situazione, al loro problema, al loro malessere, fino a sentire quel filo di empatia che si produce quando riesco a mettermi nei panni di qualcun altro. A quel punto ho respirato profondamente e ho lasciato svanire quella immagine. Quindi ho iniziato a immaginarmi una situazione di benessere per loro, la migliore situazione che avrei potuto immaginare e ho cercato di immedesimarmi fino a che l’empatia non ha compiuto la sua funzione. Fino a che non ho sentito una reale sensazione di benessere dentro di me. Allora mi sono augurata, con tutto il cuore, che quella sensazione raggiungesse anche quelle persone care. Non so se ciò è accaduto in qualche modo, a volte ne ho il sospetto, ma certamente questa pratica semplice mi ha rafforzato e, quando ho incontrato di nuovo quelle persone, la loro presenza ha evocato in me quel sentimento positivo ed espansivo che ho conservato nella mia memoria. Ciò che ho cercato di inviare, con certezza mi è tornato indietro.

Fare questo con le persone molto vicine, affettivamente e fisicamente, è molto più difficile. La distanza spaziale e temporale si accorcia e il boomerang emotivo è molto più veloce.

Ma vale sempre la pena provarci.

 

Nota: Questo articolo è ispirato alla Cerimonia di Benessere inclusa nel libro Il Messaggio di Silo.

Ho finito!

Mi ha sempre incuriosito il fatto che spesso, quando siamo a tavola, nessuno vuole finire l’ultimo pezzo di qualcosa che sta su un vassoio alla portata di tutti. Casomai si divide di nuovo la porzione in pezzetti ogni volta più piccoli, ma lasciare il piatto vuoto, proprio no!calzone turco

E se provi a chiederlo, peggio ancora. “Vuoi finire quel po’ di frittata?”. Hai usato quella parola: finire. Impossibile. Bisogna ricorrere ai sensi di colpa. “E’ un peccato lasciare queste due foglie di insalata, questi due maccheroni, questa fettina di prosciutto”. E allora, con senso del sacrificio per la famiglia, qualcuno svuota il piatto.

Probabilmente è un’usanza che si mantiene dai tempi in cui il cibo scarseggiava e, allora, si doveva pensare bene a come suddividere il poco che c’era, per sfamare tutte le bocche. E magari era necessario frenare qualche affamato commensale che avrebbe spolverato tutto. Così, l’idea di “finire” è stata ammantata di senso di colpa, si è trasformata in un comportamento da maleducati. Chissà.

Io l’ho fatto un sacco di volte. Fin da piccola, l’idea di finire non mi ha preoccupato molto,  non ho neanche tolto di bocca niente a nessuno. Non è mai mancato il cibo sul nostro tavolo, anche questo è vero. Ma ultimamente mi sono soffermata molto sul senso del “finire”, soprattutto quando scrivo. Si tratta di una meravigliosa sensazione di liberazione. Si scarica una tensione che da tempo premeva da dentro. Si manifesta la certezza di aver compiuto una missione, non importa se in modo imperfetto, non importa il giudizio sulla sua esecuzione. Ciò che importa è quel sentire che è fatta, che è andata, che non c’è niente altro da fare in quel momento. Si è conclusa una esperienza e, quindi, tra poco ne inizierà un’altra!Bagno a Ripoli uliveto

Non è banale quello che sto dicendo, perché associare a qualcosa che finisce, un’altra cosa che comincia è quasi un argomento religioso. Non siamo così abituati, nonostante millenni di catechismo e nonostante tutte le scoperte scientifiche del secolo scorso: “niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma”. E invece noi continuiamo a pensare che quando una cosa è finita, è finita. Punto e basta. E lo viviamo come una perdita. Lo viviamo in modo doloroso.

Molte volte ho immaginato il momento della mia morte, e qualche volta l’ho pure sognato. Inizialmente era una immagine piena di tensioni, quelle che riconoscevo essere le mie tensioni più permanenti. L’immagine si fermava lì. Non vedevo come andava a finire. Ma negli ultimi anni quel film si è completato e, dopo la tensione iniziale, ogni volta meno dolorosa, appare quella sensazione di sollievo che caratterizza il fatto di finire qualcosa. L’atmosfera si acquieta, il sistema di tensioni si scioglie in un generale “va tutto bene”. E mi auguro davvero che sia così quando verrà il mio momento, che, all’ultimo respiro, io possa pensare solamente: Bene, anche questa volta, ho finito!

Cominciamo!

Carissimi amici vecchi e nuovi, finalmente cominciamo a far girare questo blog!

Ho pubblicato alcuni scritti e linkato quelli già pubblicati altrove e, nel frattempo, ho iniziato a scrivere anche su una Agenzia Stampa Internazionale fatta da volontari di diverse nazioni e continenti: Pressenza.

Inoltre ho cominciato a organizzare, insieme alla casa editrice Multimage, che ha pubblicato alcuni miei scritti in epub, un giro in Italia per cominciare a presentarli. Il primo libro a prendere vita in formato cartaceo sarà “A proposito di errore“, attualmente scaricabile per poche monete come ebook, o gratis in PDF.

Nella pagina Eventi di questo blog vi terrò permanentemente aggiornati sulle date, saremo certamente a Milano, Firenze, Amelia (TR), Napoli, Palermo e stiamo sondando altre possibilità. Se qualcuno vuole dare una mano a organizzare presentazioni in altri luoghi, non ha che da dircelo!