In evidenza

Con o senza parole

Il titolo di questo blog non è casuale. Non ci si rende conto del valore e del peso delle parole fino a quando non ci si trova in situazioni-limite. Parlo di situazioni in cui si evidenziano l’importanza e il senso delle parole, come nel caso della parola “razzismo”. Negli ultimi anni della mia attività sociale ho sentito dire troppe volte per strada: “Io non sono razzista, ma…” a cui seguivano affermazioni squisitamente xenofobe verso una o un’altra etnia o cultura. Quel ma abilitava qualsiasi affermazione.

Ma ci sono anche situazioni-limite in cui le parole iniziano a mancare. Non si sa più definire cosa stia accadendo a noi stessi o intorno a noi. A volte è lo stupore di fronte alla grande mostruosità o all’infinita meraviglia che ci toglie le parole e ci lascia senza fiato. Quando invece la mancanza di parole diventa patologica, si chiama afasia: l’immagine di quello che si vorrebbe indicare arriva alla mente, ma gli manca la didascalia.

David sulle nuvole

Per mia fortuna e per lo sforzo cosciente che negli anni ho applicato,  varie volte sono rimasta sospesa fra le nuvole, senza parole, rapita dalla meraviglia inenarrabile, colpita dall’emozione ineffabile, colta dalla comprensione più inspiegabile. Finché avrò parole cercherò di raccontare queste esperienze e la visione delle cose che, successivamente, si è aperta un varco nel mio sguardo ignorante.

 

All’improvviso

(da Nove Storie – inedito)

Le dolci colline verdi della Svizzera riempivano la visuale mentre con Georg, il mio compagno, ci dirigevamo in auto al supermercato di Weinfelden. All’improvviso un’emozione forte mi stupì e un ricordo nitido mi attraversò la mente. Decisi di seguirlo.

Si trattava di un ricordo di almeno quindici anni prima. Facevo ancora l’educatrice per una Cooperativa Sociale e lavoravo in una casa famiglia per minori a Firenze. All’epoca le strutture di quel tipo si erano riempite di ragazzi che arrivavano con i barconi dall’Europa dell’Est, attraverso il Mare Adriatico. Imbarcazioni improbabili con a bordo adulti e ragazzini provenienti dal Kossovo, dall’Albania, dalla Macedonia, dal Montenegro. La quantità di armi e di gente folle e armata in quei paesi, dopo la sanguinosa guerra civile che aveva definitivamente dissolto la ex Yugoslavia, aveva convinto molte famiglie a mandare via i loro figli. Tentavano di salvarli e li imbarcavano su navi sgangherate e sovraffollate in cerca di fortuna e di un posto dove poter andare a ballare la sera, senza rischiare sempre di essere ammazzati. Poi c’erano i ragazzi che giungevano dal Nord Africa, con molta fortuna, dopo la traversata del Mediterraneo e chissà quale altra terribile esperienza impossibile da narrare. Dopo una prima accoglienza, i ragazzi al di sotto dei diciotto anni, coperti dai Diritti Universali del Fanciullo, venivano distribuiti sul territorio nazionale nelle case famiglia per minorenni. In quelle stesse strutture alloggiavano temporaneamente anche i minori residenti in Italia, portati via dalle famiglie in difficoltà o da situazioni in cui avevano subito dei maltrattamenti o delle violenze. Comunque sia, erano tutti ragazzi che avevano vissuto situazioni traumatiche, erano tutte storie di poveri figli, come li definivamo a volte fra colleghi. In quel momento avevamo in casa quattordici ragazzotti tra i quindici e i diciotto anni, alcuni erano alla fine del loro percorso, dopo aver frequentato la scuola italiana per diversi anni, altri erano appena arrivati e possedevano poche parole comprensibili nel proprio repertorio. Uno di loro, Mitat, era particolarmente turbolento ed estremamente vivace. L’avevo conosciuto qualche tempo prima in un’altra casa famiglia, da cui era stato spostato da poco, perché non ce la faceva proprio a rispettare tutte le regole di quella struttura. Mi era rimasto simpatico per la sua incontenibile energia e lo avevo trovato bene in questa nuova situazione: una casa in piena campagna, vari ragazzi albanesi come lui, un sistema di norme più flessibile, data l’ubicazione dell’edificio. Poteva andare a correre tutti i giorni sulle strade sterrate dei dintorni, così scaricava meglio l’energia in eccesso e si era fatto più responsabile.

Quella sera stavo entrando in turno per fare la notte e avevo preparato alcuni giochi che volevo fare nel dopocena col gruppo, così magari si imparava anche qualche parola nuova. Al mio arrivo, però, avevo trovato i miei colleghi stanchi e con delle espressioni di tremenda delusione sul volto. Qualcuno aveva preso i soldi dalla nostra cassa e, nonostante gli educatori avessero ripetutamente chiesto ai ragazzi di dire come erano andate le cose, l’omertà aveva prevalso. I miei colleghi avevano quindi deciso di sporgere una regolare denuncia ai carabinieri la mattina seguente. Questa notizia mi aveva fatto sentire malissimo. “Guarda, se vuoi provarci anche tu, sono tutti di là in salotto davanti alla TV”, mi aveva detto la mia collega Nicoletta prima di andarsene.

Già da anni svolgevo delle attività con gli stranieri, come volontaria, e sapevo bene in quale ambiente, più o meno larvatamente xenofobo, si sarebbero dovuti inserire questi ragazzini anche nella migliore delle ipotesi e non riuscivo proprio a immaginare come avrebbero potuto cavarsela, con una denuncia di furto come biglietto da visita. Tutte le opportunità decenti sarebbero scomparse in un batter d’occhio. I ragazzini stranieri con precedenti penali erano la carne da macello per le mafie; mi scoppiava il cuore, non potevo permetterlo. Dopo essermi concentrata un momento sul messaggio che volevo trasmettere, mi diressi in salotto. Passai in mezzo a loro, alcuni erano seduti sul divano, altri sulle sedie e guardavano un film d’azione di pessima qualità, con espressioni poco interessate. Mi misi davanti alla televisione, dopo averla spenta, rivolta verso di loro e li guardai diritti negli occhi in silenzio per un momento. Anche se sapevo che più della metà di loro non avrebbe capito niente di quello che dicevo, lasciai andare il fiume di parole che avevo in testa e tutte le mie emozioni. “Voi forse non avete capito dove siete. I vostri genitori si sono indebitati per farvi sfuggire alle mafie dei vostri paesi o alla mancanza di futuro e voi, con questa cazzata vi giocate tutto. Tutto! Voi non avete capito che qui, in questo paese democratico, fuori da questa casa, c’è una grande massa di razzisti e un sacco di mafia che non aspetta altro che di usarvi. Uscite da qui e siete senza alcuna protezione e – non fatemelo nemmeno pensare – con una denuncia sulle spalle non troverete uno straccio di lavoro legale, nemmeno a piangere. Questo non è un gioco, sono le vostre vite, dopo tutto quello che avete passato per arrivare qui!”. Stavo per piangere, mi fermai un momento. Avevo di fronte a me degli occhi spalancati in quelle faccine giovani, con un punto interrogativo, chi più, chi meno, ma con una espressione di adesione alle emozioni intense che stavo trasmettendo. “Entro mezzanotte voglio i soldi in ufficio e voglio sapere chi è stato e perché. Nico, per favore, puoi tradurre quello che ho detto agli altri?” chiusi, e me ne andai. Mentre tornavo in ufficio sentii che Nico parlava in albanese e poi in dialetto Rom o in kosovaro, per spiegare agli altri che gli chiedevano, eccitati, che cosa avessi detto. Si era creato scompiglio, qualcosa si era mosso. Nico, un bel ragazzo ormai quasi maggiorenne, era in Italia da diversi anni. Da una casa famiglia a un’altra, era riuscito a completare le scuole medie, imparare l’italiano perfettamente ed evitare di finire a rubare autoradio.

Tornai in ufficio in uno stato di lieve alterazione, un po’ elettrica, con dentro di me una lucina che si era accesa e raccontai sommariamente al collega del turno di notte come era andata. “Speriamo”, mi disse. Circa un’ora dopo Mitat venne in ufficio consegnandoci i soldi e confessando il furto. Capimmo, tra le righe, che non l’aveva fatto da solo, ma lui volle prendersi tutta la responsabilità, tanto, a dire suo, era già incasinato. Il giorno seguente iniziarono le pratiche per la sua dimissione e fu spedito in una comunità diretta da un sacerdote in Emilia Romagna (nella quale tra l’altro, si trovò molto bene e ci scrisse qualche tempo dopo). Non fu fatta alcuna denuncia.

Perché questo ricordo con quell’emozione così viva e forte? Un’immagine imprevista, un ricordo che era sorto all’improvviso, senza un’associazione immediata con il paesaggio o con la mia situazione in quel momento. In realtà, qualche giorno prima avevo redatto, per l’ennesima volta, il mio curriculum vitae e avevo ripercorso la mia carriera di educatrice, anche se l’attenzione era posta più che altro sulle date di inizio e di fine degli incarichi lavorativi. Certo, in quegli anni però, avevo vissuto moltissime situazioni di quel tipo e anche più forti, più al limite. Quale era il messaggio? Cosa mi voleva dire quell’intrusione della memoria?

Questi fenomeni, molto comuni, a volte sono prodotti da dei movimenti della memoria che si riaccomoda e che lavora permanentemente. E allora capita che queste immagini volanti si sovrappongano alla percezione. Però talvolta succede che queste immagini, improvvise e senza contesto, siano la traduzione di un contatto con dei contenuti mentali più profondi, che sono presenti anch’essi in modo permanente e che mandano i loro segnali, con maggiore o minore intensità. Credo che stavolta si trattasse di un mix fra le due opzioni. Da una parte la mia coscienza era irritata dai termini e dagli atti di stampo xenofobo che riempivano la cronaca e la propaganda in Italia; dall’altra parte c’era l’impulso profondo all’apertura, alla compassione (nel senso del patire-con), all’amore incondizionato che premeva dall’interiorità e che cercava una sua espressione nel mondo. In un istante questi due impulsi si sono incontrati, mentre tornavano in primo piano le date del curriculum vitae, e allora si è agganciato quel ricordo che, più tardi, è balzato fuori con tutta l’emozione che lo accompagnava. Forse come un semplice esempio di soluzione di un conflitto, una soluzione basata sul senso di umanità piuttosto che su improbabili ricette tecniche o politiche.

Chissà.

Il Maestro della Disciplina

(da Nove Storie – inedito)

“La tua richiesta per fare la Disciplina Energetica è stata accettata. Tra qualche giorno ti informeremo su quale Maestro seguirà il tuo processo”. Più o meno così recitava una e-mail in risposta alla mia domanda, fatta di persona poco più di un mese prima a Claudio, amico e Maestro già da qualche anno.

Avevo fatto la mia richiesta spinta da una necessità che ormai era arrivata al limite. La Scuola di Silo aveva aperto le sue porte da qualche anno, ma non mi ero decisa a chiedere di fare la Disciplina perché credevo che i miei impegni sociali e personali non mi avrebbero lasciato il tempo e la concentrazione necessari per svilupparla in modo adeguato. La Disciplina, per quello che avevo inteso fino a quel momento, era una pratica che avrebbe aperto un varco verso la dimensione più profonda di me stessa. Silo aveva ricostruito ben quattro antichissimi percorsi di meditazione che potevano portare a esperienze importanti di contatto col Profondo e, da quando aveva cominciato a costruire la sua Scuola, già una cinquantina di persone, provenienti da diversi continenti e latitudini, avevano portato a termine i loro cammini disciplinari e stavano seguendo nuovi processi. Scoprii che, poco dopo la mia chiacchierata con Claudio, la Scuola aveva chiuso nuovamente le sue porte, forse per avere il tempo di far avanzare i nuovi Discepoli nei loro percorsi. Avevo chiesto giusto in tempo.

Non ci capivo molto, ma ero certa di voler fare quel lavoro, quell’esperienza faceva parte delle cose che dovevo fare in questo mondo e quindi, da dentro, una vocina e un sentimento mi avevano spinto fino a quella chiacchierata. Ma dopo avere salutato Claudio mi ero sentita in completa libertà e in pace con me stessa. Avrei potuto non ricevere alcuna risposta e avrei sentito lo stesso di avere fatto tutto quello che era nelle mie possibilità.

Quando lessi la mail di risposta mi accadde una cosa particolare, sentii che si apriva una specie di finestra dentro al mio cervello e che iniziava a passare aria fresca. Rimasi qualche istante imbambolata davanti al computer osservando quella reazione inaspettata e poi ripresi le mie attività.

Edgardo, un Maestro argentino che aveva vissuto in Italia 30 anni, si era proposto di seguire il mio processo e così, dopo poco tempo, mi organizzai per avere un primo incontro con lui.

Cosa voleva dire seguire il mio processo? Sapevo che la pratica disciplinare si faceva da soli, non avevo immagini precise e non avevo ascoltato le dicerie e le leggende metropolitane che già circolavano in proposito, perché quel rumore di sottofondo prodotto dai “nostri” era una delle cose che non mi era mai piaciuta, nonostante partecipassi al Movimento Umanista ormai da venti anni. Ero quindi completamente al di fuori del gossip, sprovvista di immagini e di risposte pronte. Avevo conosciuto Edgardo molti anni prima e negli ultimi tempi eravamo entrambi impegnati nel Centro delle Culture, un’associazione antirazzista e per la convergenza fra le culture, che lui aveva creato e fondato in Italia. Anche se, da quando era tornato a vivere in Argentina, non ci eravamo visti spesso, nutrivo per lui un rispetto e una stima profondi. Avevo però anche una certa sensibilità verso alcune sue forme, il sarcasmo argentino era anche più acido e graffiante di quello toscano, a cui ero abituata. Mentre da Lima, dove vivevo all’epoca, andavo a Buenos Aires per incontrarlo, avevo ripercorso con la memoria tutti i momenti in cui i nostri cammini si erano incrociati. E, dopo la nostra prima riunione, i residui di insicurezza si volatilizzarono e sentii che stavamo entrando in una relazione di incredibile sintonia. Compresi che solamente io avrei potuto guidare il mio processo, in base alle mie intenzioni più profonde. Il Maestro mi avrebbe accompagnato, a un passo dietro di me, avrebbe introdotto e ricordato i passi del percorso disciplinare, codificati in poche frasi dai documenti allora in nostro possesso. Ma prima di intraprendere la Disciplina vera e propria avrei dovuto prepararmi su tutto il lavoro interno proposto dal sistema di Autoliberazione, per rinfrescare il linguaggio e normalizzare lo stato di veglia. La Disciplina avrebbe buttato all’aria gli schemi e condotto in modo consapevole e voluto verso alcuni stati alterati di coscienza, era quindi necessario prepararsi bene per essere in grado di riconoscere i fenomeni a cui si andava incontro e non scambiarli con semplici suggestioni o manifestazioni di temi non risolti.

Successivamente Silo riaprì la Scuola e modificò l’approccio alla Disciplina attraverso il lavoro di gruppo, senza il rapporto Maestro – Discepolo, ma con la pratica e l’interscambio orizzontale fra i partecipanti, in base a un documento di guida che raccoglieva molte più informazioni e dettagli sulla pratica e che è tuttora di dominio pubblico. Ciò impresse una velocità spettacolare ai processi disciplinari che, fino ad allora, avevano avuto bisogno di diversi anni per completarsi. Quando ciò accadde pensai che era geniale, che quella era davvero la forma più adeguata per far sopravvivere ai tempi e alle generazioni questa antica conoscenza e per traghettarla verso il futuro.

Ma quella non è stata la mia storia. Io ho avuto un Maestro, ed è stata per me un’esperienza straordinaria. Nei tre anni che ci videro svolgere ognuno la sua parte, posso dire di avere percepito un avvicinamento ogni volta più profondo al mio Maestro. La sua immagine dentro di me è stata inizialmente di protezione e di stimolo. Protezione, perché la sola consapevolezza che ci fosse almeno una persona che sapeva, nei dettagli, quello che stavo sperimentando con il mio lavoro, mi faceva sentire più tranquilla, dato che non potevo parlarne con nessun altro. Stimolo, perché le sue domande, spesso più che le sue risposte, mi aiutavano sempre a ricollocarmi nella mia intenzione di partenza, a riprendere il contatto con ciò che mi aveva spinto nella direzione di un approfondimento spirituale.

La sua presenza, come permanente rappresentazione dentro di me e come riferimento esistente al di fuori di me, ha poi acquisito sempre più il gusto della complicità. Quell’essere allo stesso tempo l’indiscusso allenatore e il primo fan che ti guarda e ti aspetta allo striscione che segna l’arrivo della tua corsa, ha caratterizzato il clima della nostra relazione. E l’ultimo abbraccio, dopo avere ultimato il mio cammino, ha segnato per me una fraternità che non potrà essere smarrita, ma solo approfondita al di là del tempo e dello spazio.

Comprendo la necessità di ognuno di noi di avere delle persone a cui fare riferimento, non solo nel caso di situazioni molto importanti o delicate, ma anche nella vita di tutti i giorni. se però queste guide non sono disponibili a condurci nel luogo da cui loro osservano i fenomeni, o non sono capaci di stimolarci a muovere la nostra prospettiva per riuscire a vedere quello che loro vedono, qualcosa di fondamentale viene a mancare. Nell’epoca in cui i cammini spirituali si moltiplicano e si diffondono con una velocità mai vista, è imprescindibile scegliere tra avere fede o avere un’esperienza diretta di crescita spirituale. Mi rendo conto che questa scelta potrà cambiare significativamente la rotta storica dell’essere umano.

Silo

(da Nove Storie – inedito)

Come si può parlare di una persona così speciale senza sembrare dei fanatici? È molto difficile.

Ma credo che tutti quelli che hanno potuto conoscere Silo di persona, siano testimoni di ciò che provocava la sua presenza. Riesco, per questo, a comprendere la straziante mancanza che ha prodotto la sua morte, in coloro che più gli erano vicini. Però non è il mio caso. Al contrario, da quando se ne è andato, a me sembra di averlo qui accanto a me e, ogni volta che leggo qualcosa della sua impressionante opera, mi sembra di sentire la sua voce che pronuncia quelle parole.

Io non ho avuto occasione di conversare da sola con Silo e non me ne rammarico perché, evidentemente non faceva parte della mia storia, ma molti miei cari amici gli erano molto vicini.

Silo era un uomo realmente evoluto. Non so come si immaginano gli altri l’evoluzione dell’essere umano, io me la immagino così, come lui.

Un piccolissimo esempio, per cercare di spiegare la sensazione particolare che la sua vicinanza scatenava nella gente. La prima volta che l’ho avuto a mezzo metro per qualche ora, eravamo poco più di una decina di persone, d’estate a una cena organizzata da alcuni membri del Movimento Umanista. Fui invitata e mi recai volentieri all’appuntamento. Fino a quel momento, a parte il saluto affettuoso che riservava a ogni persona durante gli incontri pubblici, il contatto diretto con Silo era stato pressoché inesistente. Studiavo, praticavo e diffondevo con entusiasmo il suo pensiero, ma il mio profondo anarchismo e ateismo non mi avevano permesso di pormi in un atteggiamento di adorazione. Quindi ero molto curiosa ed eccitata per quell’incontro.

Mi sedetti nel posto di fronte a lui, che era libero e lo osservai con accuratezza durante tutta la cena, nella quale ridemmo molto. Fantastico istrione e capace di mixare argomenti e sguardi diversi sullo stesso argomento in modo realmente magistrale. E fino a qui tutto normale, anche da lontano queste sue facoltà erano chiaramente visibili. Ma a un certo punto qualcuno gli chiese di parlare della morte. Cambiò il tono del pubblico e, dopo poco, lui ci chiese in modo diretto, come se fosse un indovinello, quale era la cosa, secondo noi, più simile alla morte. Si fece silenzio. A me venne spontanea la risposta ma attesi che qualcun altro lo dicesse, come spesso facevo. Nessuno diceva niente e adesso lo comprendo, ne comprendo il perché. Moltissime persone, di fronte a quella relazione così diretta, andavano completamente in confusione e, prima di riprendersi e rimettere in moto la macchina mentale, passava del tempo. Ma io, in quel momento, ero ancora in fase di osservazione, intellettualmente reattiva, non mi ero ancora emozionata davvero, e quindi gli risposi, quasi sottovoce: “la nascita”. Si voltò lentamente verso di me e mi guardò negli occhi, con una espressione di un interesse e di non so quale altro sentimento che non so spiegare, e mi chiese dolcemente come mai avessi risposto così. Perché la morte, secondo me, assomigliasse alla nascita. In quello sguardo sentii una specie di scanner che poteva vedere in trasparenza fin dentro ai miei pensieri e sentimenti più intimi, una sensazione veramente strana, di una empatia fisica, percettibile, fluida. Una sostanza eterea si muoveva verso di me e si univa con la mia sostanza che era quieta e in posizione ricettiva. Non c’era pressione, non era una sensazione di intrusione di qualcosa dall’esterno, era piuttosto una fusione di sostanze della stessa natura. Abbiate pietà di me! È davvero troppo difficile da descrivere. Però ero perfettamente rilassata in quel momento e con le idee chiare. Così gli cominciai a spiegare perché dicevo quello che dicevo, anche se con un tono abbastanza sommesso, dato che non mi aspettavo proprio di trovarmi in quella situazione. Ero partita con l’idea di osservare, studiare quell’essere da vicino e rimanere nella mia comoda penombra. Ma il tema della morte era sempre stato un tema di grande interesse esistenziale per me, fin da quando ero adolescente. Inoltre, avevo lavorato alcuni anni anni nel campo socio sanitario e mi era toccato di assistere delle persone vicine alla morte, già diverse volte.

Allora gli raccontai la mia esperienza più recente, quella dell’ultima visita alla mia zia morente, che avevo assistito da vicino durante tutta la fase terminale. Lì accadde qualcosa di speciale e mi sembrò di vedere che lei, già in agonia, quando era più in contatto con questo mondo materiale, vedeva me e le cose accanto a lei e soffriva, perché il suo corpo si stava arrestando in tutte le sue funzioni. Ma, a questa situazione sofferente, si alternavano momenti in cui il suo sguardo si lanciava verso una differente visione e il suo volto si rasserenava completamente. Cosa stava vedendo? Interpretai quell’espressione come l’inizio del contatto con una dimensione diversa, una dimensione fisica ed energetica differente, un altro mondo. E questo era, secondo me, un meccanismo di nascita, come anche immaginavo dovesse accadere a chi usciva dall’involucro acquoso e protettivo dell’utero materno.

In poche parole raccontai a Silo questa mia deduzione, mentre continuavo a sentire la sua presenza curiosa e affettuosa fuori e dentro di me. Quando smisi di parlare mi guardò con un’espressione di una bontà commovente e una vicinanza che non ci sono parole per descrivere. E disse qualcosa come: “Sarebbe bello, se fosse così…”. Poi la conversazione proseguì, anche altri espressero le loro esperienze ma ne ho poca memoria, tutto è avvolto da una nebbiolina. Verso la fine, l’incontro riprese i toni allegri dell’inizio. Io tornai a casa destabilizzata, internamente accelerata e piena di una sensazione di gioia, mista a pace e a un amore immenso che straripava. E quell’aneddoto si fissò fortemente. Dopo svariati mesi incontrai di nuovo Silo, questa volta durante un evento pubblico, e quando andai a salutarlo mi guardò con ilare sorpresa e mi disse “Che gioia vederti!” e questo fu il saluto che, durante i successivi anni ci scambiammo in quelle occasioni sociali. Non ci fu mai più un’occasione analoga a quella cena, anche se altre volte mi trovai di fronte a lui in qualche tavolata. Ogni volta che lo rivedevo, anche da lontano, saliva dentro di me quella “destabilizzazione” che non sapevo descrivere con parole adeguate e che alterava il mio stato .

Solo molto più tardi, dopo aver studiato in modo più approfondito la sua spiegazione degli stati alterati e di quelli ispirati della coscienza, ho compreso ciò che mi era accaduto. Si trattava di uno di quegli stati ispirati. Silo era capace, semplicemente con la sua vicinanza e il suo interesse, di accelerare i processi interni di altre persone, sempre che queste persone desiderassero di evolvere, certo.

Questo significa, per me, essere evoluti.

Silo è stato e continua a essere una grande guida e un grande Maestro per molte persone, me compresa, e la sua opera prosegue dentro di noi e attraverso i nostri atti ispirati.

Le foto dei morti

(da Nove Storie – inedito)

“E quello chi è, mamma?”. La vecchia scatola di cartone aveva di nuovo vomitato sul tavolo un cumulo di foto che si erano sparse dappertutto, mostrando volti e luoghi di altri tempi.

E la mamma ricordava le vecchie storie di famiglia, le storie più incredibile e articolate, la realtà superava qualsiasi immaginazione. Io, ovviamente, le ho già dimenticate tutte, ma mi è rimasto il ricordo piacevole di quelle mattinate passate a fare domande sui volti di tutta quella gente in bianco e nero, con le vesti dalla foggia antica o quanto meno retró. La mamma, instancabile, ripeteva le storie con una narrativa agile e sobria, c’erano anche storie truci di suicidi, tradimenti, figli abbandonati. Però erano pure racconti dell’inizio del XX secolo, di una Italia agricola da cima a fondo con gli orti, le galline in casa, vite segnate dalla fatica fisica, a cominciare dai chilometri da fare la mattina per andare a scuola o a lavoro. E poi, improvvisamente, le foto delle feste con i vestitini a pois e le fasce degli anni cinquanta nei capelli. Le estati al mare con i primi bikini e nel sottofondo si poteva udire, lontano, l’eco di uno swing o di un twist veloce.

“E quello chi è?”. Un signore un po’ stempiato, con gli occhiali e la faccia seria, piuttosto arrotondata, sui cinquanta anni. Varie copie della stessa foto, grande, senza il bordino bianco come molte delle altre, in mezzo alle decine di piccole e a volte ingiallite foto provenienti da varie epoche, quella foto si appropriava dello spazio e sbucava fuori ogni tanto. La mamma glissava e diceva: “Uno zio” o qualcosa di simile. Tanto aveva molte storie da raccontare su tutti gli altri, che a noi passava subito la voglia di indagare. Solo molti anni più tardi io e mia sorella abbiamo saputo che si trattava del nostro nonno di sangue, cioè di suo padre. Un medico friulano che, dopo aver avuto una relazione extraconiugale con nostra nonna, aveva deciso di non riconoscere la figlia, nata da quell’amore clandestino. La mamma, che aveva scoperto la sua storia quando era ormai un’adolescente, aveva ricontattato la famiglia friulana. Aveva scritto una lettera e le avevano risposto cortesemente, le avevano spiegato che il padre era ormai deceduto da tempo e le avevano inviato qualche copia di una sua foto. Storie da telenovela, storie di morti, quelle persone ritratte nelle foto erano quasi tutti morte.

Tornare a ricordare le loro storie era una vera festa per noi. Si estraeva a caso una foto dal mucchio ed erano di nuovo vivi, in quel momento ritornavano tutti in vita, con i loro errori, le loro magnifiche opere, le loro gioie e le frustrazioni. E poi le avventure che avevano affrontato nel loro futuro, che era il nostro passato. La morte era forse solo un sentimento di lontananza che aleggiava fra una foto e l’altra, niente di realmente tragico o toccante in confronto al pathos delle vicissitudini, a volte rocambolesche e drammatiche, di alcuni personaggi. Almeno io l’ho vissuto così e mi duole di non aver scritto allora quelle storie, che stanno prendendo il volo con gli ultimi sopravvissuti di quella generazione che ancora può ricordarle, in modo più o meno fedele.

Le generazioni si succedono le une alle altre, regalano grandi scoperte e lasciano a volte conflitti pendenti, errori non compresi, dolori inespressi, danni da riparare. Il processo umano slitta verso l’evoluzione o frena in alcuni casi, ma cavalca sempre le generazioni che si avvicendano nel grande palcoscenico della Storia, ognuna con la sua caratteristica, ognuna con la sua funzione. Nonostante gli scarsi mezzi di comunicazione disponibili fino a poche decadi fa, non è così grosso lo sfalsamento nello stile di vita e nelle capacità di dare risposte concrete, proprie delle generazioni che abitano attualmente il pianeta,. Ma con la rivoluzione tecnologica dell’ultimo secolo, senza dubbio si è accelerata enormemente la possibilità dello scambio di informazioni, delle scoperte, degli avanzamenti comuni. E stiamo per assistere alla crescita e allo sviluppo delle prime generazioni planetarie, quelle che, contemporaneamente, sono capaci di usare gli stessi mezzi e di comunicare a livello globale. Quelle che, nonostante parlino idiomi diversi e facciano parte di diverse culture, dominano la stessa lingua digitale. Non è possibile immaginare ciò che potrà succedere da oggi a 20, 50, 100 anni. Così si moltiplicano le previsioni da fantascienza o le minacce di catastrofe o entrambe le cose allo stesso tempo.

Ormai le foto stampate sono una rarità. Ognuno guarda nel suo personale schermo le immagini dei suoi ricordi, custodite gelosamente e individualmente, come facevano i replicanti di Blade Runner. Ma raramente si condividono di persona con gli altri. Certo, lo si fa con molte persone attraverso i social network e ci si espone, talvolta, anche a commenti sgradevoli. Non c’è momento storico importante come questo per aggiornare la memoria e imparare a ricordare e a immaginare. Ricordare, integrare, elaborare il passato della nostra specie con le sue avventure e i suoi drammi. Riconciliarsi con gli errori e ripararli, scoprire la propria funzione come individui, come generazione e come specie e, poi, imparare a immaginare un futuro possibile e buono per tutti, davvero. Provare a pensare a un futuro di evoluzione che metta d’accordo l’avanzamento materiale con l’orizzonte spirituale.

Tra i giovani di queste nuove generazioni digitali mi sembra di sentire il gusto del nuovo che supera il vecchio, non più attraverso la lotta per la supremazia, ma quale frutto della comprensione profonda del ruolo che ci è toccato nell’universo. E questo mi porta a riflettere su di noi, quelli che giovani non sono più, ma nemmeno vecchi. Mi viene da pensare al nostro ruolo, per lo meno, di ponte generazionale.

Saremo in grado di essere davvero i modelli dei nuovi giovani digitali planetari? Quando vorranno sapere tutte le storie e, amabilmente, ci chiederanno: “E quello chi è?”.

Vittima o superstite

A tutti succedono cose sgradevoli prima o poi. Quando ci sentiamo trattati male, accusati ingiustamente, quando ci sembra di stare in una specie di Armagheddon nel quale perdono stabilità tutti i nostri punti fissi, di solito attribuiamo a qualcun altro o a qualcosa di esterno la responsabilità di quegli avvenimenti. Abbiamo bisogno di cercare una spiegazione: “Perché a me?”, “Perché proprio io?”. E, normalmente, quando ci diamo delle risposte a partire da quel clima doloroso, prendiamo dei clamorosi abbagli.

A volte, effettivamente abbiamo subito dei soprusi, a volte invece, senza rendercene conto del tutto, ci siamo infilati in situazioni impossibili da risolvere che ci hanno portato al fallimento o al disastro.

Ma poi, in ciascuno dei due casi, la cosa veramente importante è come comprendiamo l’accaduto, come lo integriamo nei nostri vissuti, cosa impariamo, come ne usciamo.

Quando ci sentiamo delle vittime e ci portiamo dietro quella sensazione senza metterla mai in discussione, in realtà stiamo alimentando il nostro risentimento per quel qualcuno o quel qualcosa che, nel fondo, reputiamo sia il colpevole dei nostri mali, anche se fosse un essere intangibile come “il Destino”. Non lo diciamo, anzi, siamo pure capaci di perdonare pubblicamente chi, secondo noi, ci ha danneggiato, ma in realtà non è vero niente. E’ solo un gioco di ruolo che, mentre ci promette autoaffermazione e giustizia, ci fa perdere la dignità. La condotta della vittima ci porta a ripetere noiosamente certi comportamenti che, prima o poi, ci ributtano in una circostanza dolorosa. La vittima non chiede chiaramente un aiuto, nel fondo lo pretende degli altri, non parla mai chiaro perché è una forma di manipolazione operata toccando delicati interruttori delle viscere altrui. E siccome funziona, cioè, spesso la vittima poi ottiene ciò che vuole, e sembra che ciò le dia soddisfazione, questo comportamento si fissa come “positivo”. Però non basta mai, e allora, va di catastrofe in catastrofe per ottenere risarcimenti infiniti che, però, non sono capaci di soddisfare quella voragine di sofferenza che ormai si è creata.

Quando ci sentiamo dei superstiti, vuol dire che sentiamo che quello che ci è accaduto è una storia chiusa, quali che siano le responsabilità e l’apparente giustizia o ingiustizia che si sia fatta. Se ci sentiamo superstiti è perché abbiamo capito qualcosa, imparato qualcosa anche dalla circostanza più disgraziata o senza senso che ci è toccato vivere. La nostra dignità è intatta, siamo capaci di chiedere e di dare apertamente, con libertà e senza vergogna e, se qualcuno ci compiange o si addolora per noi, siamo capaci di fargli vedere gli aspetti positivi anche di quella esperienza. Il superstite è più consapevole, anche se soffre per ciò che gli accade, anche se effettivamente sta subendo una ingiustizia o se soltanto si è messo nei guai con le sue mani. Cerca la comprensione lucida, che a volte significa anche scoprire qualcosa di sé che non si voleva vedere e che la circostanza triste ha messo a nudo. A volte significa assumere l’inevitabilità di fatti che da fuori e da lontano parevano evitabili. E pure questo comportamento ha le sue conseguenze, perché, effettivamente, il superstite sa che è sopravvissuto a un evento che non si ripeterà mai nello stesso modo, che la vita lo porterà forse a nuove sfide, forse a conflitti e frustrazioni, ma sente una grande forza che lo accompagna. Quella forza si chiama riconciliazione.

Non importa quale sia la situazione che abbiamo vissuto, non importa quale sia la “verità”, che spesso è sfumata e sfuggente. Ciò che vale davvero è come affrontiamo e superiamo gli avvenimenti difficili o dolorosi della vita. Il nostro sguardo è ciò che più importa. Verso dove e verso cosa lo dirigiamo e come valutiamo, alla fine, la nostra esperienza.

Il boomerang dell’empatia

Cosa mi succede quando una persona a me cara sta male? Spesso l’affetto che provo mi porta a immedesimarmi nella sua situazione e immaginare quello che potrebbe provare. Si tratta di empatia, è normale.

Se la persona cara non è tanto vicina a me, al massimo le auguro di riprendersi, di migliorare, di guarire o quella che mi sembra la migliore situazione per lei e poi vado avanti per la mia strada. Ma, se la persona cara è qualcuno che mi sta molto vicino, è più facile che quella semplice empatia si trasformi in una identificazione più permanente. E così mi ritrovo a soffrire insieme a lei, anche se io non ho nessun problema di quel tipo. A volte riesco anche ad ammalarmi di qualcosa. E la persona cara non ne giova affatto. Si tratta di un circolo vizioso che mi incatena a una spirale di sofferenza dalla quale non è affatto facile uscire. Posso arrivare perfino a irritarmi molto e colpevolizzare la persona che sta male, anche per la mia sofferenza. Curiosa forma della coscienza umana per trovare una via di uscita.Stonhenge su lago

Non parlo per sentito dire e non dico di riuscirci ogni volta che vorrei, ma questo circolo vizioso si può riconvertire in un circuito di benessere che cresca per entrambi. L’ho sperimentato prima con le persone care più distanti da me e poi con quelle molto care ma distanti fisicamente. Ho iniziato, cioè, a pensare a loro almeno una volta al giorno, da quando sono stata informata del loro disagio. Ho pensato alla loro situazione, al loro problema, al loro malessere, fino a sentire quel filo di empatia che si produce quando riesco a mettermi nei panni di qualcun altro. A quel punto ho respirato profondamente e ho lasciato svanire quella immagine. Quindi ho iniziato a immaginarmi una situazione di benessere per loro, la migliore situazione che avrei potuto immaginare e ho cercato di immedesimarmi fino a che l’empatia non ha compiuto la sua funzione. Fino a che non ho sentito una reale sensazione di benessere dentro di me. Allora mi sono augurata, con tutto il cuore, che quella sensazione raggiungesse anche quelle persone care. Non so se ciò è accaduto in qualche modo, a volte ne ho il sospetto, ma certamente questa pratica semplice mi ha rafforzato e, quando ho incontrato di nuovo quelle persone, la loro presenza ha evocato in me quel sentimento positivo ed espansivo che ho conservato nella mia memoria. Ciò che ho cercato di inviare, con certezza mi è tornato indietro.

Fare questo con le persone molto vicine, affettivamente e fisicamente, è molto più difficile. La distanza spaziale e temporale si accorcia e il boomerang emotivo è molto più veloce.

Ma vale sempre la pena provarci.

 

Nota: Questo articolo è ispirato alla Cerimonia di Benessere inclusa nel libro Il Messaggio di Silo.

Ho finito!

Mi ha sempre incuriosito il fatto che spesso, quando siamo a tavola, nessuno vuole finire l’ultimo pezzo di qualcosa che sta su un vassoio alla portata di tutti. Casomai si divide di nuovo la porzione in pezzetti ogni volta più piccoli, ma lasciare il piatto vuoto, proprio no!calzone turco

E se provi a chiederlo, peggio ancora. “Vuoi finire quel po’ di frittata?”. Hai usato quella parola: finire. Impossibile. Bisogna ricorrere ai sensi di colpa. “E’ un peccato lasciare queste due foglie di insalata, questi due maccheroni, questa fettina di prosciutto”. E allora, con senso del sacrificio per la famiglia, qualcuno svuota il piatto.

Probabilmente è un’usanza che si mantiene dai tempi in cui il cibo scarseggiava e, allora, si doveva pensare bene a come suddividere il poco che c’era, per sfamare tutte le bocche. E magari era necessario frenare qualche affamato commensale che avrebbe spolverato tutto. Così, l’idea di “finire” è stata ammantata di senso di colpa, si è trasformata in un comportamento da maleducati. Chissà.

Io l’ho fatto un sacco di volte. Fin da piccola, l’idea di finire non mi ha preoccupato molto,  non ho neanche tolto di bocca niente a nessuno. Non è mai mancato il cibo sul nostro tavolo, anche questo è vero. Ma ultimamente mi sono soffermata molto sul senso del “finire”, soprattutto quando scrivo. Si tratta di una meravigliosa sensazione di liberazione. Si scarica una tensione che da tempo premeva da dentro. Si manifesta la certezza di aver compiuto una missione, non importa se in modo imperfetto, non importa il giudizio sulla sua esecuzione. Ciò che importa è quel sentire che è fatta, che è andata, che non c’è niente altro da fare in quel momento. Si è conclusa una esperienza e, quindi, tra poco ne inizierà un’altra!Bagno a Ripoli uliveto

Non è banale quello che sto dicendo, perché associare a qualcosa che finisce, un’altra cosa che comincia è quasi un argomento religioso. Non siamo così abituati, nonostante millenni di catechismo e nonostante tutte le scoperte scientifiche del secolo scorso: “niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma”. E invece noi continuiamo a pensare che quando una cosa è finita, è finita. Punto e basta. E lo viviamo come una perdita. Lo viviamo in modo doloroso.

Molte volte ho immaginato il momento della mia morte, e qualche volta l’ho pure sognato. Inizialmente era una immagine piena di tensioni, quelle che riconoscevo essere le mie tensioni più permanenti. L’immagine si fermava lì. Non vedevo come andava a finire. Ma negli ultimi anni quel film si è completato e, dopo la tensione iniziale, ogni volta meno dolorosa, appare quella sensazione di sollievo che caratterizza il fatto di finire qualcosa. L’atmosfera si acquieta, il sistema di tensioni si scioglie in un generale “va tutto bene”. E mi auguro davvero che sia così quando verrà il mio momento, che, all’ultimo respiro, io possa pensare solamente: Bene, anche questa volta, ho finito!