L’evoluzione avanza a salti

L’evoluzione della specie umana avanza superando il vecchio per il nuovo. Si mantiene però una memoria, per così dire, inattiva o non preponderante del livello evolutivo precedente, continuando a svilupparne gli aspetti utili anche nella nuova tappa.

Questa trasformazione evolutiva è anche genetica e fisiologica, avviene comunque (in tutte le specie) con l’accumulazione del processo, ma può essere condotta in modo intenzionale per diverse vie, producendo veri e propri salti evolutivi.

L’assunzione di diverse sostanze nell’antichità di molte culture, associata alla pratica religiosa o spirituale accelerava la capacità di accedere a diversi stati e livelli della coscienza umana, dando una diversa consapevolezza della realtà. Chi si avventurava in quelle pratiche era probabilmente animato di una enorme necessità di risposte a quesiti profondi e/o di un desiderio irrefrenabile di comprensione. Probabilmente esistevano anche linee familiari in cui la scelta era in qualche modo obbligata. Il nuovo sguardo acquisito da quell’esperienza segnava un passo evolutivo dell’uomo o della donna che avevano lavorato intenzionalmente a quello scopo. La loro esperienza era intrasmissibile ma da loro irradiava poi un’aura di saggezza, di bontà o di sapienza e di potere che generavano attrazione.

In alcuni momenti di alcune culture si osserva il tentativo di sostituire il percorso individuale con l’assunzione massiva di quella sostanza attraverso riti collettivi che potessero avvicinare i fedeli all’esperienza, o che segnassero la dipendenza verso gli illuminati. Non sempre funzionava. E i dati di quelle sperimentazioni erano probabilmente custoditi dalla scuole segrete, accessibili a pochi eletti, per prepararli al tentativo successivo.

Ma la specie umana continua a evolvere per la spinta interna di questo essere storico che non scrive la sua memoria solo sui suoi geni, ma la tramanda anche con supporti esterni a lui che sono in grado di resistere al succedersi delle generazioni e alle grandi catastrofi.

E fin dall’antichità sono esistite vie totalmente spirituali, senza alcun uso di sostanze o meccanismi “invasivi” o lesivi del corpo umano, che hanno permesso l’accesso agli spazi profondi della coscienza e, quindi, l’evoluzione intenzionale. Queste pratiche sono giunte fino all’attualità grazie alla dedizione di donne e uomini che, con lo studio e la pratica, le hanno mantenute in vita o le hanno ricostruite in parte o totalmente.

Anche in questo nostro mondo desacralizzato, continuiamo a osservare i rituali collettivi, accompagnati dall’uso di sostanze e l’adorazione di idoli, o la distribuzione massiva di sostanze che si suppone siano “vivifiche” secondo una sacra legge a cui ci si deve affidare.

Ma sono aumentati fortemente anche coloro che seguono le vie totalmente spirituali e che divulgano ormai apertamente quelle pratiche di evoluzione che non dipendono da riti collettivi o da sostanze particolari.

Le scuole degli antichi saperi sono più visibili e avvicinabili e la sensibilità esistenziale delle nuove generazioni promette un salto quantico della specie umana nel prossimo futuro.

Nota: Queste riflessioni sorgono come sintesi di numerose letture e studi del pensiero di Silo e dell’opera di Mircea Eliade ed alcuni altri storici delle religioni come William James e Kàroly Kerényi .

Green Pass o non Green Pass

Alcuni di noi aspettavano da anni questo momento, anche se non sapevano bene come si sarebbe presentato. Però lo hanno riconosciuto subito.
Altri si sono resi conto strada facendo, in questi due anni, che c’era in ballo qualcosa di molto più grosso di un virus, anche se i media hanno amplificato quel microscopico pezzo di RNA e l’hanno fatto diventare un gigante onnipresente.
Allora, dopo la fase delle proteste inefficaci, rivolte a un potere delegittimato e sordo, un mondo parallelo ha iniziato a profilarsi. Le reti si sono moltiplicate velocemente, quelle per aiutare i sospesi dal lavoro, quelle per studiare e riflettere o per fare politica, quelle per conoscersi e uscire, quelle per darsi i passaggi in auto, quelle per sapere dove andare a comprare senza il controllo del ‘coso’, quelle per cercare un nuovo lavoro, quelle per ‘positivizzarsi’ e così poter tornare a lavoro, quelle per scambiare, barattare donare, dare un nome al valore, costruire con reciprocità, autodeterminarsi.
Dicono che il 1 aprile sia l’inizio della fine del Green Pass. Qualcuno vuole fare grandi falò in piazza per bruciare i certificati, le multe, i documenti dell’abominio di questo anno e mezzo… Sarebbe una chiusura simbolica, una grande catarsi collettiva per aprire una nuova tappa di questa storia.

E poi?

E poi vorrebbero farci credere che tornerà tutto come prima.

Mi spiace proprio per chi ci crede, perché non vuol vedere la grande trasformazione in atto e continua a delegare il suo futuro. Comunque sia, Green Pass o non Green Pass il nuovo mondo, quello che ha deciso di non stare al gioco dei diritti concessi come privilegi attraverso un Qrcode, ha già iniziato a respirare e la sua crescita è ormai inarrestabile.

La mia esperienza e le mie riflessioni su Covid-19 e oltre

Introduzione

Un’informazione di massa caratterizzata da contenuti terrorizzanti può innescare effetti psicosociali, capaci di potenziare anche delle reazioni fisiologiche a livello individuale? Due anni di propaganda e anti-propaganda, confinamenti e abbandono a se stessi da parte di molti medici di base, senza dubbio hanno creato un paesaggio mentale dell’era Covid. Sarebbe interessante avere uno studio serio sulla possibilità che questo paesaggio abbia influito a livello fisico sul decorso della malattia, senza togliere niente alla contagiosità o virulenza di ogni patogeno. Qui presento la mia esperienza e le mie riflessioni, limitatissime, ma che magari possono contribuire in qualche modo.

Mi considero una persona sana, ma non è sempre stato facile stare in questo corpo che mi è toccato.

Dopo un’infanzia costellata da tonsilliti feroci (curate con iniezioni mensili di penicillina per un anno), reumatismi infantili, forte meteo-patia e problemi gastrointestinali, a partire dall’adolescenza e per una parte molto importante della mia vita non ho più sofferto di malattie, neanche di quelle che vengono definite come stati influenzali. Molto presto ho smesso l’uso di farmaci di sintesi e degli ormoni (a cui ho manifestato subito una forte intolleranza), lasciando aperta la possibilità di un’aspirina, un antibiotico o un antinfiammatorio nei casi estremi legati in genere ai dolori dentali (altra spina nel fianco che mi ha accompagnato fin da piccola). Ho preferito quindi informarmi e praticare prevenzione con prodotti naturali, con l’alimentazione e poi facendo quella che tutti chiamano una vita sana e piena (privilegiando il senso e la coerenza alla stabilità e la sicurezza). Unico vizio: ho fumato per 22 anni di seguito, escluse le brevi pause dovute a un raffreddore e ho concluso questa esperienza intossicante a 40 anni con una virulenta varicella, presa da bimbi appena vaccinati. Questa malattia mi ha tenuto in casa 3 mesi e, oltre a togliermi il vizio del fumo, ha rinnovato le mie difese immunitarie. Dopo la lettura di molto materiale divulgativo di neuropsichiatria e l’esperienza diretta di lavoro come educatrice in case famiglia psichiatriche e in centri di disintossicazione, ho riflettuto sulla possibilità di prendere almeno un’influenza all’anno. Qualcosa che testasse il mio sistema immunitario e che mi riportasse alla riflessione sulla malattia del corpo, al contatto coi suoi limiti, mantenendo in salute anche la mia mente. Da quel momento quasi tutti gli anni, in autunno o inverno, ho passato 1 o 2 giorni a letto, bevendo tisane e mangiando minestrine, mentre l’arnica omeopatica e il sonno facevano il loro lavoro con gli altri sintomi. Poi è arrivato l’argento colloidale ionico e le brevi influenze si sono ridotte a raffreddori a volte fastidiosi. In questa fase della vita ho vissuto questi stati influenzali come un fenomeno amico, che scandiva un ritmo di osservazione del mio corpo. Da marzo 2020 a novembre 2021, invece, non ho fatto un colpo di tosse, come se mi fossi riprogrammata per non prendere la Covid-19 fino a che non si chiarisse cosa fosse e come curarla. Non ho avuto dubbi che i nostri medici avrebbero trovato presto soluzioni concrete, e così è stato.

A novembre 2021 mi trovavo in Svizzera dal mio compagno Georg e qualche giorno dopo una breve visita a sua sorella, che non stava bene dal giorno in cui avevamo accompagnato la madre all’ospedale per una insufficienza cardiaca, abbiamo iniziato entrambi ad avere dei sintomi influenzali intensi.

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Quando finisce il mondo di Avatar

Immagine di Ronny Overhate da Pixabay

Ricordate quel film di animazione in cui il fratello in sedia a rotelle di uno scienziato morto improvvisamente, prendeva il suo posto nel travasare la sua ‘intenzionalità’ dentro il corpo di un Avatar? Quei corpi giganteschi e superdotati erano stati prodotti dagli umani che cercavano di interagire con la popolazione di un pianeta sconosciuto, con l’intenzione di colonizzare il pianeta, ovviamente, per estrarre non ricordo più cosa. A parte la trama tipicamente made in Hollywood, alla fine della pellicola l’umano trovava il modo di travasare definitivamente la sua essenza nell’Avatar e rimanere nell’altro mondo in modo completo.

Questa storia mi è tornata in mente riflettendo sul momento di cambiamento tecnologico che stiamo vivendo, soprattutto dall’inizio della pandemia. Non è che queste tecnologie non esistessero prima, ma erano senza dubbio utilizzate ancora solo marginalmente dalla popolazione, non erano cosi necessarie come durante il primo lockdown. Poi, con le successive chiusure sono diventate parte integrante della vita di milioni di persone. Sto parlando in particolare delle videochiamate e delle videoconferenze via internet. La giornata tipo di molti di noi si sviluppa ormai da una videochat all’altra. Sono stati fatti video ironici e comici, per far vedere come dietro alla videocamera, appena ci si alza in piedi o si spegne il computer, la vita reale sia diversa. Ma quello che noto con orrore è come molte persone si stiano adattando passivamente a questa forma di comunicazione, o meglio, di contatto audiovisivo. Sono così abituate che arrivano a vedere la possibilità di sostituire con una chat il contatto in presenza, col corpo, anche nelle occasioni in cui, invece, del corpo e di tutti i suoi sensi e antenne, ce ne sarebbe davvero bisogno.

Si lo so, sono vecchia, sono nata nel 1968 e ho visto il carosello nelle prime TV in bianco e nero. Roba da dinosauri. E sicuramente mi estinguerò come loro. Figuratevi che non sono mai riuscita ad appassionarmi ai social e difatti non li uso. Ma il film Avatar mi ha fatto ricordare che anche molti sviluppatori di tecnologia – attuale modello di ‘vincenti’-, spesso sono persone con serie difficoltà affettive e relazionali. Come il protagonista, in carrozzina, poteva finalmente correre nell’agile e atletico corpo creato per lui, anche per molti sviluppatori, ingegneri, informatici, ma anche semplicemente per le persone spaventate o sole il vero sogno potrebbe essere quello di trasformarsi completamente nel proprio Avatar. Il nostro surrogato digitale si muove così agilmente nei social, si esprime senza difficoltà, si inoltra nelle discussioni, pubblica foto sempre venute bene o magari di altri o di paesaggi pieni di poesia, oppure crea meme brillanti o esilaranti e si arrabbia e gioisce con intensità senza il timore della sensazione di ritorno che un corpo vicino a lui potrebbe trasmettergli.

Non ditemi che gufo: e se ci fosse un blackout planetario?

5 buone ragioni per vaccinarsi… e per non farlo

Credo che in questo momento, anche se la stampa ci riempie di informazioni pseudo scientifiche e narrazioni maldestre riguardo alle diverse proposte vaccinali, la loro produzione e distribuzione, ci sia una domanda nel sottofondo di ciascuno. Vaccinarsi: si o no?

Ho scremato fra i motivi che ho visto circolare in rete e che squalificano l’una o l’altra posizione con argomenti a volte graziosi, a volte disgustosi, ma di poca utilità, se non quella di alimentare una falsa polarizzazione mediatica fra le differenti posizioni.Ho invece riflettuto e ho scelto 5 buoni motivi che, dal mio punto di vista, danno un fondamento adeguato alla propria decisione. Si tratta di una scelta importante. Non sono certamente gli unici motivi ma sono quelli che mi permettono di evidenziare alcuni antepredicativi. Non ho intenzionalmente messo le ragioni che, glissando sull’aspetto sanitario, si inscrivono nei Si o nei NO rispondendo a questioni economiche e/o di libertà, poiché la salute fisica e mentale è il vero perno di tutta questa storia e ciò che più mi preoccupa. Quindi riflettiamo:

MI VACCINERO’ PERCHE’…

  1. Perché non voglio ammalarmi o ri-ammalarmi.
  2. Perché credo che il vaccino sia l’unica soluzione scientificamente provata, non esistono altre cure.
  3. Perché, anche se i vaccini anti Covid 19 non sono stati testati adeguatamente, credo sia necessario dare una risposta urgente a questa grave malattia.
  4. Perché credo che la medicina degli uomini si sviluppa provandola sugli uomini, è necessario prendersi questa responsabilità e ciò giustifica le eventuali perdite di vite durante la sperimentazione.
  5. Perché credo che l’OMS, i governi e le industrie farmaceutiche stiano facendo in generale del loro meglio per proteggere la salute dei cittadini di tutto il mondo, non senza errori, ma la situazione è eccezionale.

NON MI VACCINERO’ PERCHE’…

  1. Perché non voglio ammalarmi o ri-ammalarmi
  2. Perché non credo che il vaccino sia l’unica soluzione scientificamente provata, anzi credo che sia quella meno testata, mentre ci sono tante cure che hanno dato buoni risultati.
  3. Perché non credo che il Covid19 sia così grave, se preso in tempo con cure adeguate e che l’urgenza sia ingustificata, vista la disomogeneità dei dati e la scarsa efficacia degli strumenti diagnostici.
  4. Perché credo che la pratica medica debba rispettare le persone e integrare le conoscenze mediche di tutte le correnti, quando ci si trova di fronte a un fenomeno nuovo invece di fare un grande esperimento di massa sulle persone.
  5. Perché credo che all’interno dell’OMS, dei governi e delle lobbies farmaceutiche ci siano interessi molto grossi di soggetti la cui priorità non è affatto la salute dei cittadini di tutto il mondo.

Questi motivi manifestano nel complesso al loro interno una certa coerenza, anche se denotano certamente diverse visioni della realtà, che probabilmente presentano molte più sfumature e passaggi da una posizione all’altra all’interno delle persone. Ma c’è un punto in comune nelle due posizioni e che esprime un bisogno. Poi si tratta di credenze e di opinioni, senza dubbio corredate dalle esperienze che ciascuno di noi ha fatto e fa ancora oggi con le istituzioni e con la salute e la cura di sé e di chi ci circonda. Questa epoca complessa nella quale viviamo richiede un approccio non superficiale e opportunistico, poiché si sta gestando un nuovo mondo e ciascuno deve trovare il proprio centro di gravità da cui scegliere e prendere decisioni.

Spero sia utile questo breve contributo.

La storia non è finita

-… nonna, ma poi come è andata a finire la storia?

– beh, poi c’è stata quella cosa del virus…

– il virus?

– si, quella microscopica catena proteica ha fatto un pandemonio nel pianeta e ha messo a dura prova la specie umana. L’anno chiamata pandemia, la diffusione di un virus sconosciuto in tutto il pianeta nello stesso momento. Sai, avevano raggiunto un livello di interconnessione molto interessante anche se ancora abbastanza primitivo.

– ah, si interconnettevano come noi?

– ahahahahaha! Noooooooo! Avevano mezzi di trasporto che funzionavano con la b-e-n-z-i-n-a, l’hai studiato l’anno scorso, ricordi? Quel combustibile fossile così difficile da estrarre dal sottosuolo e così inquinante. Avevano telefoni portatili quasi usa e getta, con batterie inquinanti che non potevano essere sostituite, insomma, un’industria terribilmente non sostenibile. Avevano contratti commerciali fra le nazioni e fra le aziende e un sistema economico selvaggio e autodistruttivo che facilitava le grandi aziende e penalizzava quelle piccole. I ricchi diventavano sempre più ricchi e la finanza aveva soffocato l’economia reale, quella concreta, dove si producono cose utili per la vita delle persone.

– ma, nonna, dove li prendevano i soldi i ricchi, per essere così ricchi.

– dai poveri! Chiaro! Come una moderna forma di schiavismo. Non so come fare per spiegarti l’assurdità di come pretendeva di funzionare quel sistema. Ma inoltre la gente povera aspirava a diventare come loro, come i ricchi! Quella era la cosa più ridicola.

– e questa storia del virus?

– quello è stato l’inizio di una fine accelerata. Nessuno in realtà sa come è andata davvero, ma la cosa è sfuggita di mano e non c’è stato più modo di controllarlo. All’inizio i contagiati morivano come mosche e non si capiva niente. Non si sapeva come funzionava, come curare la malattia quando si sviluppava, se chi guariva sarebbe stato immune o no. Fu emergenza sanitaria e rapidamente tutto il mondo entrò in un lockdown senza scadenza. I governi si dotarono di poteri speciali e chiusero i confini delle loro nazioni, poi le regioni al loro interno, i comuni. Si bloccarono i trasporti, le scuole e tutte le attività produttive, solo la filiera alimentare poté continuare a lavorare per rifornire i supermercati. Una cosa assolutamente inedita e surreale.

– e la gente come reagì? Era come stare in prigione, no? Ma senza aver fatto alcun reato. Devono essersi sentiti molto male. Penso ai giovani come me, senza uscire, senza avere una vita sociale…

– certo, fu molto duro. In alcune nazioni dopo poche settimane le persone uscirono per strada a protestare, pagando poi con l’accelerazione del contagio. Ma mentre passavano le settimane la crisi economica diventava l’argomento più spaventoso, ancora più della sfida sanitaria e degli errori fatti da sistemi di protezione della salute assolutamente insufficienti. Anche i media fecero molta confusione e l’incertezza iniziò a regnare nei popoli e nei cuori delle persone.

– …e questo è un male? L’incertezza per noi è una realtà, fa parte della crescita, dell’evoluzione…

– devi pensare che allora le persone che vivevano sul pianeta non avevano assicurata la sussistenza solo per il fatto di essere nati in una comunità umana.

– ah nooo? E come facevano allora?

– chi non lavorava non riceveva di che vivere. E il sistema permetteva che grosse aziende multinazionali si impossessassero, con accordi legali, delle risorse di interi paesi, corrompendone le dirigenze. Anche oggi ci sono persone che hanno più cose di altri, ma tutti scelgono il loro stile di vita e ogni volta di più la tendenza va verso la sobrietà e verso una vita in cui il tempo libero sia centrale. Come potremmo dare spazio alla creatività e alle capacità di ciascuno? Per fartela breve, fu un grande scossone per le coscienze e molte persone cominciarono a pensare.

– perché, prima non pensavano?

– beh, si, ma spesso in modo disordinato e presi dalle proprie esigenze individuali. Avevano insegnato loro che l’individuo, o al massimo la propria famiglia di sangue, era la cosa più importante, non l’insieme. Figurati che c’era ancora gente che credeva nell’esistenza di diverse razze umane. Eravamo ancora nella preistoria, non dimenticarlo.

Ma poi accadde quello che non sarebbe stato immaginabile. Tanta gente iniziò a connettersi, prima con gli strumenti tecnologici in loro possesso, ma poi iniziarono a sentirsi a livello mentale, anche oltre i loro corpi fisici, proprio come facciamo adesso noi. Mentre il virus perdeva forza il sistema agonizzante cercava di imporre con la forza misure di controllo e austerità. Comparvero anche gli esseri umani creati dall’essere umano e, in quel caos decadente di un sistema ingiusto e inumano iniziarono a crescere reti e connessioni fra coloro che erano più consapevoli e si rendevano conto che un futuro era possibile solo se i paradigmi della società fossero stati cambiati. Che non c’era futuro per una parte da sola, la società doveva pensare allo sviluppo di tutti e alla convivenza armoniosa con l’ambiente naturale, senza perdere però la libertà di scelta personale, come era accaduto in passato con le dittature. Ci si rese conto che la vita umana andava oltre la sussistenza materiale e la salute del corpo fisico, che c’era un’enorme parte intangibile e ancora inesplorata che ci univa come specie nel profondo di ciascuno di noi. E allora iniziò il risveglio…

Ma questa è un’altra storia.

– noooooo, dai nonna! Raccontami tuttoooo

Con l’urlo disperato della ragazzina mi sveglio.

Guardo il calendario: 11 aprile 2020.

Impressioni di viaggio

I papaveri.

I papaveri accompagnano lo sguardo lungo i binari della ferrovia che corrono veloci. Ordinati e folti lungo i bordi erbosi.

Non come l’anno scorso, quando avevano invaso i campi seminati con enormi macchie vermiglie. No. Adesso sono degli accompagnatori discreti che rallegrano la vista dal finestrino del treno, con le loro teste scapigliate che ondeggiano al vento.

Il treno è asettico e pulito come non mai, l’odore di sottofondo del disinfettante mi fa venire il mal di testa. Ma i vetri delle ampie finestre portano ancora i segni essiccati di antiche piogge, e ne rubano la trasparenza.

Noi non ci guardiamo nemmeno. Noi passeggeri siamo distanziati e ognuno volge lo sguardo altrove: sullo smartphone, sulle pagine di un libro, fuori a correre coi papaveri. Ma non ci sono sguardi impauriti o tesi, semplicemente c’è spazio e ce lo prendiamo. Neanche il controllore ci guarda. Passa veloce e va, controllando a distanza non si sa cosa.

Esco dalla stazione e la cosa che mi colpisce di più è l’assenza di quel frastuono sordo di base che era prodotto dal traffico cittadino. Ci sono le auto, ma manca il sottofondo, si possono quasi distinguere una ad una con il loro particolare rombo. Poi le biciclette, non posso contare fino a 20 senza vederne una, qualche rider, molti semplici cittadini che hanno deciso di cambiare mezzo di trasporto. Ogni tanto il fischio del tram.

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Ma spadroneggia il cinguettare degli uccellini impazziti per la primavera inoltrata e per quei raggi di un sole quasi estivo che risveglia i colori.

Le donne camminano con la mascherina fin sul naso, spesso di stoffa e con qualche dettaglio grazioso, un fiorellino applicato, una stellina ricamata, un tessuto colorato vivacemente. Gli uomini preferiscono tenerla sotto il mento mentre camminano, come me. La tiriamo sul naso ogni qual volta incrociamo qualcuno e quando la distanza con gli altri si riduce, è già quasi un gesto automatico, lento e sincronizzato.

Si cammina adagio. Anche i veicoli vanno lenti, si possono contare gli scooter che ci sono in giro, non come prima, quando sembravano una nuvola di moscerini impazienti e ronzanti.

E il verde, un verde rigoglioso ed esuberante…

Alla fermata dell’autobus solo una donna mi rivolge la parola e rompe il “muro” del metro distanziatore. Non ha quasi denti in bocca e la mascherina di stoffa è mezza su e mezza giù, rivelando una realtà che oggi avremmo l’opportunità di nascondere. Magrissima, porta con disinvoltura un ampio vestito colorato di un buon cotone, scarpe basse di tessuto a righe anch’esse di vari colori. Mi parla del suo cane che si è avvicinato, prima di lei, ad annusarmi le gambe, portatrici di innumerevoli e interessantissime informazioni. L’animale è di mezza taglia, biondo e gentile. Anche la donna è gentile e ha assoluto bisogno di parlare, la guardo negli occhi e vedo quella necessità estrema di un contatto normale e socievole, di specchiare la propria esistenza in quella degli altri. E allora non mi oppongo. Poco dopo vola via sul suo autobus che è arrivato, come una foglia colorata portata via dal vento autunnale.

Forse possiamo ancora fare qualcosa.

Forse possiamo curare la nostra società malata di ambizioni egoiste e insensibile ai bisogni essenziali. La pace, l’ascolto e l’aiuto reciproco, la sintonia e l’armonia con l’ambiente naturale.

Forse non è più tempo di correre.

Forse è arrivato il momento di imparare di nuovo a camminare e a guardarci intorno con soave curiosità.

 

Giove è un altro pianeta

Vivo nel comune di Giove, nella verdeggiante provincia di Terni, in Umbria. Quando l’intera famiglia si è trasferita, alcuni anni fa, dalla ben più famosa città di Firenze, se rispondevo sinteticamente alla domanda su dove si fossero trasferiti, il commento era immancabile: “Ah! su un altro pianeta! Non è un po’ lontano?”. Amici burloni.

Giove è un piccolo borgo con un castello di una notevole importanza storica, ma poco conosciuto. Un castello con 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno, e con un’entrata e una salita ai piani alti che permetteva l’accesso perfino alle carrozze. Insomma, un pezzo raro, purtroppo passato di mano in mano a privati che fino ad oggi non sono stati in grado, per una ragione o per un’altra, di ristrutturarlo adeguatamente e dargli nuova vita. Se si pensa che l’ultimo prezzo di vendita di quest’immensa struttura non è arrivato al milione di Euro, – quello che si spende per un discreto appartamento a Roma – sembra una cosa dell’altro mondo. Infatti è Giove, un altro pianeta!

In questi tempi di contagi e misure preventive e diagnostiche, Giove ha nuovamente spiccato e si è distinto dalla massa dei comuni di questo paese.

In una regione in cui la media dei test effettuati è piuttosto bassa (100-129 ogni 100.000 abitanti, cioè circa 1 ogni 1000 abitanti), quando a livello italiano la regione più testata è la Valle D’Aosta con i suoi 493 test su 10.000 abitanti (cioè 49 persone su 1000), ci si chiede come è possibile che a Giove, piccola comunità di 1900 anime, si siano realizzati test (tra cosiddetti tamponi e sierologici) su 1350 persone, il 71% della popolazione. Possono giustificare una tale concentrazione il picco di contagi, che non ha superato mai le 35 persone, o il numero di decessi (2)? A Giove, con un supermercato minuscolo, nel quale entrano al massimo 5-7 persone con il mantenimento delle distanze di sicurezza, abbiamo vissuto in isolamento, in quanto zona rossa, dal 10 aprile al 4 maggio. Ovviamente per andare a fare la spesa l’amministrazione comunale ha diviso la popolazione secondo le iniziali del cognome e l’ha distribuita nei diversi giorni della settimana, e così A-B-C il lunedì, C-D-E il martedì e così via. Una sola persona di famiglia ha avuto il permesso di andare, una volta alla settimana, a fare la spesa, potendo, se proprio necessario, mandare un altro membro di famiglia in un giorno diverso (sempre che il suo cognome iniziasse con una diversa lettera!). E’ facile comprendere che i Giovesi si siano sentiti un po’ perseguitati e un po’ presi in giro, dato che adesso, nella Fase 2, tutti i negativi certificati di Giove saranno invasi dagli asintomatici non certificati dei comuni limitrofi che, non avendo avuto casi gravi o ricoveri, si sono ben guardati dal fare screening di massa. Ma questa non è altro che una conferma.

Giove è davvero un altro pianeta.

 

Fonti dati :

Umbria domani http://www.umbriadomani.it/perugia/covid-tamponi-in-umbria-troppo-pochi-il-giudizio-degli-esperti-246313/

Il sole 24 ore https://www.ilsole24ore.com/art/tamponi-e-test-sierologici-armi-spuntate-fase-2-AD827UO

 

 

Il Monaco

(tratto da Nove Storie – inedito)

Non vedevo Tiziana da diversi anni. Non so come fosse successo, ma non ci eravamo più incontrate. Forse non viaggiavamo sulla stessa frequenza e quindi, anche se fossimo state nello stesso luogo, non ci saremmo viste. Un invito a cena per un aggiornamento completo era il minimo che potevamo fare e, così, davanti a un piatto delizioso, ci eravamo raccontate un po’ di storie e di avvenimenti delle nostre vite. A un certo punto cominciammo a parlare di un film documentario che entrambe avevamo visto da poco, Attraversando il Bardo: sguardi sull’aldilà di Franco Battiato. Ci trovammo subito d’accordo sul fatto che, tra i personaggi intervistati nel documentario, uno in particolare, dal nostro punto di vista, aveva “bucato lo schermo”. Ci parve, insomma, una persona realmente ispirata. Si trattava di un monaco che aveva parlato della sua esperienza di accompagnamento delle persone in fase terminale con la Orazione del Cuore [antica pratica dei Padri del Monte Athos. NdA]. Il monaco, Guidalberto Bormolini, faceva parte di una corrente chiamata I Ricostruttori della Preghiera, presente in diverse città italiane. Decidemmo di cercare maggiori informazioni su internet e scoprimmo che I Ricostruttori avevano una sede a Firenze, in città e una specie di convento fuori città, nell’antica pieve di Santa Maria in Acone. Gli scrivemmo un’e-mail in cui lo ringraziavamo per il suo intervento nel film e gli chiedevamo come fare per incontrarlo. Ci presentammo come due Siloiste.

Non pensavamo che ci avrebbe risposto in breve tempo, dato che da ciò che potevamo vedere dal sito, era impegnato in molte attività e in vari luoghi, non solo in Toscana. Invece ci rispose subito, inviandoci l’intenso programma di attività previste a Santa Maria in Acone. Lui sarebbe stato presente solo in alcune occasioni, allora studiammo bene il programma e le nostre disponibilità e decidemmo di andare alla sua Conferenza su Confucio il 25 Aprile. Ovviamente informammo il monaco che saremmo andate a conoscerlo in quella data.

Come era già accaduto diversi anni prima, l’amicizia con Tiziana riprendeva vita attraverso un’azione interessante da fare insieme. La prima volta era stata la realizzazione del calco alla maniera dei Caldei, un calco fatto di ceramica per produrre copie in metallo. I calchi e le copie erano un tema di studio che apriva una specie di parentesi “a freddo” all’interno del percorso dell’Uffizio del Fuoco. L’Uffizio in questione era una ricostruzione, fatta in base all’esperienza diretta, delle tappe dell’evoluzione umana, a partire dalla conservazione del fuoco e fino alla fusione e lavorazione del vetro. Quella volta l’azione interessante ci aveva portato ad approfondire molto la nostra conoscenza e amicizia. Questa volta l’azione che coronava la coincidenza degli interessi era quella di incontrare una persona ispirata, secondo noi, una persona particolare che volevamo conoscere meglio e alla quale volevamo far sapere dell’esistenza del Siloismo.

La conferenza era fissata alle 21. Avevo guardato in Internet l’indirizzo, il luogo era un po’ sopra Pontassieve, comune limitrofo di Firenze, e sembrava che ci fossero delle strade di campagna per arrivare, ma sicuramente avremmo trovato delle indicazioni. Partimmo con il mio scooter dopo una cenetta veloce e con un buon anticipo. Superato il centro abitato del paese iniziarono le curve, scomparve l’illuminazione pubblica e la strada, dopo poco, divenne sterrata. Nessuna indicazione. Cominciammo ad avere dei dubbi. Il vecchio parabrezza del mio scooter era molto graffiato e questo non aiutava molto la visibilità. Destra o sinistra? Arrivate a un incrocio in mezzo al niente, decidemmo di andare dove ci portava il fiuto e ci dicemmo anche che, se dopo qualche centinaio di metri non avessimo trovato niente, saremmo tornate indietro e, forse, a casa. Invece trovammo il piccolo borgo e alcune persone che, sullo sterrato, stavano parlando tranquillamente. Chiedemmo se c’era Guidalberto e ci confermarono che era là, vicino al fuoco, con i ragazzi.

Lasciammo il motorino vicino al primo edificio e ci dirigemmo col casco in mano verso il centro di una specie di aia, nella quale spiccava un bel fuoco crepitante e dove c’erano delle panche messe in circolo e un gruppo di ragazzi che si muovevano e parlavano nella penombra. Da lontano riconobbi la voce del monaco: “Non ci posso credere, ce l’avete fatta!”. Ci accolse con affetto, come se fossimo di famiglia e ci offrì una tazza con una tisana calda. Anche noi non ci potevamo credere, a quel punto. Eravamo un po’ destabilizzate e ci rendemmo conto che non era stato affatto facile arrivare lì, niente aveva facilitato le cose. Guidalberto e gli altri monaci erano vestiti come dei boscaioli, l’ambiente era festoso e familiare, c’era un gruppo di scout in visita – ci spiegò – e poco dopo sarebbe iniziata la conferenza, ma prima voleva farci visitare il luogo, anche se era ormai buio. Ci raccontò che, con il gruppo dei Ricostruttori, avevano chiesto alla Curia la possibilità di ristrutturare, a proprie spese, l’antico borghetto con la Pieve abbandonata e avevano avuto il permesso di farlo. Si sentivano molto liberi di parlare della comunità Cattolica senza tabù, dato che, oltre a quel permesso, non avevano ricevuto alcun finanziamento e le opere si erano realizzate esclusivamente con l’aiuto fisico ed economico delle persone che si erano avvicinate, nel tempo, ai Ricostruttori. Ci fece vedere la residenza dei monaci e delle monache, il laboratorio di erboristeria, la falegnameria, l’atelier per dipingere e la grande cucina. Infine la cripta, dove ci saremmo riuniti per la conferenza, e la chiesetta, luogo dedicato alla Pratica della Orazione del cuore e ai momenti del rito. Tutto era estremamente rustico ma funzionale e con un’estetica sobria e accogliente. La chiesetta mi colpì in modo particolare. C’erano torce alle pareti e tappeti in terra, in fondo alla sala si stagliava un’immagine a colori acidi del volto del Cristo della Sacra Sindone, di grandi dimensioni. Volli fare una prova, mi tolsi le scarpe, entrai e mi sedetti di fronte all’immagine. Mi collocai più profondamente che potevo dentro di me e cominciai a chiedere, respirando ritmicamente, chiedevo ascolto e protezione alla mia Guida Interna e, a un certo punto, quando mi sentii connessa e pronta, aprii lievemente le palpebre e l’immagine del volto del Cristo mi balzò di fronte, viva, in tre dimensioni. Mi emozionai ed ebbi una bella connessione con la Forza. Trovai il tutto molto intelligente e sensato, costruito coerentemente su una credenza autentica. Conoscevo più o meno la storia della Orazione del Cuore e sapevo che le Scuole mistiche si erano formate sempre all’ombra delle grandi religioni, ma non avevo idea che ci fosse gente, così vicino a me, che la stava praticando ancora in modo così serio.

Concluso il giro, ci riunimmo con i monaci e gli altri amici dei Ricostruttori, una dozzina di persone in tutto, scalzi e seduti su tappeti a terra in cerchio, nella cripta illuminata dalle torce. Il monaco aveva in mano una serie di foglietti con degli appunti brevi, che gli ricordavano cosa dire e in questo modo condivise con noi ciò che aveva studiato a proposito di Confucio durante la sua formazione. L’interesse comune era chiaro, anche dalle domande e dai commenti degli ascoltatori: comprendere la pratica mistica delle altre culture e fare relazioni con la propria, per approfondire il tema dell’esperienza mistica, senza filtri, senza pregiudizi, lavorando con le fonti dell’informazione e con l’esperienza di chi praticava da maggior tempo. Durò circa un’ora e mezzo e poi tornammo fuori, nell’aia, dove gli scout giocavano allegramente. Io e Tiziana avevamo portato alcuni libri da regalare a Guidalberto, così approfittammo di quel momento per parlare un po’ con lui. Ci disse che la comunità che stavamo vedendo si era formata con delle persone che, per la maggior parte, erano atee o che avevano abbandonato la religione perché ne erano rimaste deluse. Ci raccontò che lui stesso aveva smesso di frequentare la Chiesa a quattordici anni e, se non avesse incontrato uno dei primi Ricostruttori, che lo aveva invitato a praticare l’Orazione del Cuore, forse la sua storia sarebbe stata un’altra. Quindi, lui praticava da quando aveva quattordici anni. Dedicava a quella forma di preghiera diverse ore al giorno, in diverse sessioni e, nella sede cittadina, il gruppo insegnava alle persone che lo desideravano, delle forme di avvicinamento alla pratica. Se, poi, qualcuno decideva di lavorare in modo più intenso, allora veniva seguito in modo personalizzato. “Certo” – dissi io – “perché poi cominciano a succedere cose…” e il nostro sguardo si incrociò. Ebbi la certezza, in quel preciso momento, che la Profondità era per quella persona una esperienza quotidiana. Una sensazione di fusione, in quello sguardo breve, annullò le individualità e lasciò respirare lo spirito. Allora mi aprii e gli raccontai delle mie esperienze con il Cristianesimo nell’infanzia e della delusione profonda che era sorta in me a causa dell’incoerenza e dell’ipocrisia di cui ero stata testimone. Con Tiziana gli parlammo anche dei Parchi di Studio e Riflessione e della Scuola di Silo, di cui conosceva l’esistenza anche se non aveva mai letto i suoi libri.

Poi, dopo i saluti affettuosi, ci dirigemmo al nostro mezzo di trasporto e cominciammo a pensare alla lunga strada buia in mezzo alla campagna, che ci aspettava. Sentivo una specie di ebbrezza lucida, qualcosa stava succedendo in me ed ero invasa dalla certezza di una comprensione che si espandeva e che mi metteva in contatto con una profonda serenità. Una serenità infinita e la comprensione crescente di Tutto, ma senza essere in grado di focalizzare alcun pensiero o concetto preciso. Solo la luna piena ci regalava ombre e luci, per guidarci in quel sentiero pietroso, che gradualmente si allargava e tornava a essere una carreggiata asfaltata. “Se infiliamo male una curva e finiamo in un burrone stasera” – ci dicemmo ridendo, mentre avanzavamo alla cieca nel buio sporgendo la testa oltre il parabrezza – “saremo comunque spiritualmente ben accompagnate!”.

Solo il giorno dopo riuscii a capire qualcosa di quello che mi era successo. Scrissi allora una e-mail a Guidalberto, lo ringraziai per la gradevole serata e gli promisi di restare in contatto. Gli dissi chiaramente che non avevo intenzione di riavvicinarmi al Cristianesimo, perché avevo già da tempo trovato la mia via, ma che il fatto di conoscere lui e la sua storia mi aveva messe di fronte a un’operazione che, forse ora, avrei potuto intraprendere. L’esistenza dei Ricostruttori e di persone come lui, mi permettevano di riconciliarmi con il Cristianesimo, che aveva lasciato in me un’orma oscura, un’ombra che si era ulteriormente ingrandita con lo studio e l’osservazione diretta delle atrocità commesse, nella storia vicina e lontana, da quella organizzazione e in nome di quel credo. La mia riconciliazione non avrebbe previsto alcun perdono per quelle azioni, ma senza dubbio avrebbe potuto nutrirsi del riconoscimento dello spirito in chi, come I Ricostruttori, avevano professato un Cristianesimo diverso, essenziale e alla ricerca di una libertà interiore, piuttosto che del potere psicologico e materiale sul mondo e sull’umanità.

All’improvviso

(da Nove Storie – inedito)

Le dolci colline verdi della Svizzera riempivano la visuale mentre con Georg, il mio compagno, ci dirigevamo in auto al supermercato di Weinfelden. All’improvviso un’emozione forte mi stupì e un ricordo nitido mi attraversò la mente. Decisi di seguirlo.

Si trattava di un ricordo di almeno quindici anni prima. Facevo ancora l’educatrice per una Cooperativa Sociale e lavoravo in una casa famiglia per minori a Firenze. All’epoca le strutture di quel tipo si erano riempite di ragazzi che arrivavano con i barconi dall’Europa dell’Est, attraverso il Mare Adriatico. Imbarcazioni improbabili con a bordo adulti e ragazzini provenienti dal Kossovo, dall’Albania, dalla Macedonia, dal Montenegro. La quantità di armi e di gente folle e armata in quei paesi, dopo la sanguinosa guerra civile che aveva definitivamente dissolto la ex Jugoslavia, aveva convinto molte famiglie a mandare via i loro figli. Tentavano di salvarli e li imbarcavano su navi sgangherate e sovraffollate in cerca di fortuna e di un posto dove poter andare a ballare la sera senza rischiare sempre di essere ammazzati. Poi c’erano i ragazzi che giungevano dal Nord Africa con molta fortuna, dopo la traversata del Mediterraneo e chissà quale altra terribile esperienza impossibile da narrare. Dopo una prima accoglienza quelli al di sotto dei diciotto anni, protetti dai Diritti Universali del Fanciullo, venivano distribuiti sul territorio nazionale nelle case famiglia per minorenni. In quelle stesse strutture alloggiavano temporaneamente anche i minori residenti in Italia, allontanati dalle famiglie in difficoltà o da situazioni in cui avevano subito dei maltrattamenti o delle violenze. Comunque sia, erano tutti giovani che avevano vissuto situazioni traumatiche, erano tutte storie di poveri figli, come li definivamo a volte fra colleghi. In quel momento avevamo in casa quattordici ragazzotti tra i quindici e i diciotto anni, alcuni erano alla fine del loro percorso dopo aver frequentato la scuola italiana per diversi anni, altri erano appena arrivati e possedevano poche parole comprensibili nel proprio repertorio. Uno di loro, Mitat, era particolarmente turbolento ed estremamente vivace. L’avevo conosciuto qualche mese prima in un’altra casa famiglia, dalla quale era stato spostato da poco tempo perché non ce la faceva proprio a rispettare tutte le regole di quella struttura. Mi era rimasto simpatico per la sua incontenibile energia e lo avevo trovato bene in questa nuova situazione: una casa in piena campagna, vari ragazzi albanesi come lui, un sistema di norme più flessibile, data l’ubicazione dell’edificio. Poteva andare a correre tutti i giorni sulle strade sterrate dei dintorni, così scaricava meglio l’energia in eccesso e si era fatto più responsabile.

Quella sera stavo entrando in turno per fare la notte e avevo preparato alcuni giochi che volevo realizzare nel dopocena col gruppo, così magari si imparava anche qualche parola nuova. Al mio arrivo però, avevo trovato i miei colleghi stanchi e con una tremenda delusione dipinta sul volto. Qualcuno aveva preso i soldi dalla nostra cassa e, nonostante gli educatori avessero ripetutamente chiesto ai ragazzi di dire come erano andate le cose, l’omertà aveva prevalso. Gli educatori in turno avevano quindi deciso di sporgere una regolare denuncia ai carabinieri la mattina seguente. Questa notizia mi aveva fatto sentire malissimo. “Guarda, se vuoi provarci anche tu, sono tutti di là in salotto davanti alla TV”, mi aveva detto la mia collega Nicoletta prima di andarsene.

Già da anni svolgevo delle attività con gli stranieri come volontaria e sapevo bene in quale ambiente, più o meno larvatamente xenofobo, si sarebbero dovuti inserire questi giovani migranti anche nella migliore delle ipotesi. Non riuscivo proprio a immaginare come avrebbero potuto cavarsela con una denuncia di furto come biglietto da visita. Tutte le opportunità decenti sarebbero scomparse in un batter d’occhio. I ragazzini stranieri con precedenti o segnalazioni penali erano la carne da macello per le mafie; mi scoppiava il cuore, non potevo permetterlo. Dopo essermi concentrata un momento sul messaggio che volevo trasmettere mi diressi in salotto. Passai in mezzo a loro in silenzio: alcuni erano seduti sul divano, altri sulle sedie e guardavano un film d’azione di pessima qualità con espressioni poco interessate. Mi misi davanti allo schermo, dopo averlo spento, rivolta verso di loro e li guardai diritti negli occhi senza parlare per un momento. Anche se sapevo che più della metà di loro non avrebbe capito niente di quello che dicevo, lasciai andare il fiume di parole che avevo in testa e tutte le mie emozioni. “Voi forse non avete capito dove siete. I vostri genitori si sono indebitati per farvi sfuggire alle mafie dei vostri paesi o alla mancanza di futuro e voi, con questa cazzata, vi giocate tutto. Tutto! Voi non avete capito che qui, in questo paese democratico, fuori da questa casa, c’è una grande quantità di razzisti e un sacco di mafia che non aspetta altro che di usarvi. Uscite da qui e siete senza alcuna protezione e – non fatemelo nemmeno pensare – con una denuncia sulle spalle non troverete uno straccio di lavoro legale, nemmeno a piangere. Questo non è un gioco, sono le vostre vite, dopo tutto quello che avete passato per arrivare qui!”

Stavo per piangere, mi fermai un momento. Avevo di fronte a me degli occhi spalancati su quelle faccine giovani con un enorme punto interrogativo, chi più chi meno, ma con l’espressione di aderire pienamente alle emozioni intense che stavo trasmettendo. “Entro mezzanotte voglio i soldi in ufficio e voglio sapere chi è stato e perché. Nico, per favore, puoi tradurre quello che ho detto agli altri?” chiusi, e me ne andai. Mentre tornavo in ufficio sentii che Nico parlava in albanese e poi in dialetto Rom o in kosovaro, per spiegare agli altri che gli chiedevano, eccitati, che cosa avessi detto. Si era creato scompiglio, qualcosa si era mosso. Nico, un bel giovane ormai quasi maggiorenne, era in Italia da diversi anni. Da una casa famiglia a un’altra, era riuscito a completare le scuole medie, imparare l’italiano perfettamente ed evitare di finire a rubare autoradio.

Tornai in ufficio in uno stato di lieve alterazione, un po’ elettrica, dentro di me una lucina si era accesa e raccontai sommariamente al collega del turno di notte come era andata. “Speriamo”, mi disse. Circa un’ora dopo Mitat venne in ufficio consegnandoci i soldi e confessando il furto. Capimmo, tra le righe, che non l’aveva fatto da solo, ma lui volle prendersi tutta la responsabilità, tanto, a dire suo, era già incasinato. Il giorno seguente iniziarono le pratiche per la sua dimissione e fu spedito in una comunità diretta da un sacerdote in Emilia Romagna (nella quale tra l’altro, si trovò molto bene e ci scrisse qualche tempo dopo). Non fu fatta alcuna denuncia.

Perché questo ricordo con quell’emozione così viva e forte? Un’immagine imprevista, un aneddoto che era sbucato all’improvviso dalla mia biografia, senza un’associazione immediata con il paesaggio o con la mia situazione di quel momento. In realtà qualche giorno prima avevo redatto, per l’ennesima volta, il mio curriculum vitae e avevo ripercorso la mia carriera di educatrice, anche se l’attenzione era posta più che altro sulle date di inizio e di fine degli incarichi lavorativi. Certo in quegli anni avevo vissuto moltissime situazioni di quel tipo e anche più forti, più al limite. Qual era dunque il messaggio? Cosa mi voleva dire quell’intrusione della memoria?

Questi fenomeni, molto comuni, a volte sono prodotti dal movimento nella memoria – che lavora permanentemente – in cui i ricordi si riaccomodano. E allora capita che queste immagini volanti si sovrappongano alla percezione. Però talvolta succede che queste immagini, improvvise e senza contesto, siano la traduzione di un contatto con dei contenuti mentali più profondi, che sono presenti anch’essi in modo permanente e che mandano i loro segnali, con maggiore o minore intensità. Credo che stavolta si trattasse di un mix fra le due opzioni. Da una parte la mia coscienza era irritata dai termini e dagli atti di stampo xenofobo che riempivano la cronaca e la propaganda in Italia; dall’altra parte c’era l’impulso profondo all’apertura, alla compassione vera, all’amore incondizionato che premevano dall’interiorità e che cercavano una loro espressione nel mondo. In un istante questi due impulsi si sono incontrati, mentre tornavano in primo piano le date del curriculum vitae e allora si è agganciato quel ricordo che, più tardi, è balzato fuori con tutta l’emozione che lo accompagnava. Forse come un semplice esempio di soluzione di un conflitto, una soluzione basata sul senso di umanità piuttosto che su improbabili ricette tecniche o politiche.

Chissà.