Impressioni di viaggio

I papaveri.

I papaveri accompagnano lo sguardo lungo i binari della ferrovia che corrono veloci. Ordinati e folti lungo i bordi erbosi.

Non come l’anno scorso, quando avevano invaso i campi seminati con enormi macchie vermiglie. No. Adesso sono degli accompagnatori discreti che rallegrano la vista dal finestrino del treno, con le loro teste scapigliate che ondeggiano al vento.

Il treno è asettico e pulito come non mai, l’odore di sottofondo del disinfettante mi fa venire il mal di testa. Ma i vetri delle ampie finestre portano ancora i segni essiccati di antiche piogge, e ne rubano la trasparenza.

Noi non ci guardiamo nemmeno. Noi passeggeri siamo distanziati e ognuno volge lo sguardo altrove: sullo smartphone, sulle pagine di un libro, fuori a correre coi papaveri. Ma non ci sono sguardi impauriti o tesi, semplicemente c’è spazio e ce lo prendiamo. Neanche il controllore ci guarda. Passa veloce e va, controllando a distanza non si sa cosa.

Esco dalla stazione e la cosa che mi colpisce di più è l’assenza di quel frastuono sordo di base che era prodotto dal traffico cittadino. Ci sono le auto, ma manca il sottofondo, si possono quasi distinguere una ad una con il loro particolare rombo. Poi le biciclette, non posso contare fino a 20 senza vederne una, qualche rider, molti semplici cittadini che hanno deciso di cambiare mezzo di trasporto. Ogni tanto il fischio del tram.

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Ma spadroneggia il cinguettare degli uccellini impazziti per la primavera inoltrata e per quei raggi di un sole quasi estivo che risveglia i colori.

Le donne camminano con la mascherina fin sul naso, spesso di stoffa e con qualche dettaglio grazioso, un fiorellino applicato, una stellina ricamata, un tessuto colorato vivacemente. Gli uomini preferiscono tenerla sotto il mento mentre camminano, come me. La tiriamo sul naso ogni qual volta incrociamo qualcuno e quando la distanza con gli altri si riduce, è già quasi un gesto automatico, lento e sincronizzato.

Si cammina adagio. Anche i veicoli vanno lenti, si possono contare gli scooter che ci sono in giro, non come prima, quando sembravano una nuvola di moscerini impazienti e ronzanti.

E il verde, un verde rigoglioso ed esuberante…

Alla fermata dell’autobus solo una donna mi rivolge la parola e rompe il “muro” del metro distanziatore. Non ha quasi denti in bocca e la mascherina di stoffa è mezza su e mezza giù, rivelando una realtà che oggi avremmo l’opportunità di nascondere. Magrissima, porta con disinvoltura un ampio vestito colorato di un buon cotone, scarpe basse di tessuto a righe anch’esse di vari colori. Mi parla del suo cane che si è avvicinato, prima di lei, ad annusarmi le gambe, portatrici di innumerevoli e interessantissime informazioni. L’animale è di mezza taglia, biondo e gentile. Anche la donna è gentile e ha assoluto bisogno di parlare, la guardo negli occhi e vedo quella necessità estrema di un contatto normale e socievole, di specchiare la propria esistenza in quella degli altri. E allora non mi oppongo. Poco dopo vola via sul suo autobus che è arrivato, come una foglia colorata portata via dal vento autunnale.

Forse possiamo ancora fare qualcosa.

Forse possiamo curare la nostra società malata di ambizioni egoiste e insensibile ai bisogni essenziali. La pace, l’ascolto e l’aiuto reciproco, la sintonia e l’armonia con l’ambiente naturale.

Forse non è più tempo di correre.

Forse è arrivato il momento di imparare di nuovo a camminare e a guardarci intorno con soave curiosità.

 

Giove è un altro pianeta

Vivo nel comune di Giove, nella verdeggiante provincia di Terni, in Umbria. Quando l’intera famiglia si è trasferita, alcuni anni fa, dalla ben più famosa città di Firenze, se rispondevo sinteticamente alla domanda su dove si fossero trasferiti, il commento era immancabile: “Ah! su un altro pianeta! Non è un po’ lontano?”. Amici burloni.

Giove è un piccolo borgo con un castello di una notevole importanza storica, ma poco conosciuto. Un castello con 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno, e con un’entrata e una salita ai piani alti che permetteva l’accesso perfino alle carrozze. Insomma, un pezzo raro, purtroppo passato di mano in mano a privati che fino ad oggi non sono stati in grado, per una ragione o per un’altra, di ristrutturarlo adeguatamente e dargli nuova vita. Se si pensa che l’ultimo prezzo di vendita di quest’immensa struttura non è arrivato al milione di Euro, – quello che si spende per un discreto appartamento a Roma – sembra una cosa dell’altro mondo. Infatti è Giove, un altro pianeta!

In questi tempi di contagi e misure preventive e diagnostiche, Giove ha nuovamente spiccato e si è distinto dalla massa dei comuni di questo paese.

In una regione in cui la media dei test effettuati è piuttosto bassa (100-129 ogni 100.000 abitanti, cioè circa 1 ogni 1000 abitanti), quando a livello italiano la regione più testata è la Valle D’Aosta con i suoi 493 test su 10.000 abitanti (cioè 49 persone su 1000), ci si chiede come è possibile che a Giove, piccola comunità di 1900 anime, si siano realizzati test (tra cosiddetti tamponi e sierologici) su 1350 persone, il 71% della popolazione. Possono giustificare una tale concentrazione il picco di contagi, che non ha superato mai le 35 persone, o il numero di decessi (2)? A Giove, con un supermercato minuscolo, nel quale entrano al massimo 5-7 persone con il mantenimento delle distanze di sicurezza, abbiamo vissuto in isolamento, in quanto zona rossa, dal 10 aprile al 4 maggio. Ovviamente per andare a fare la spesa l’amministrazione comunale ha diviso la popolazione secondo le iniziali del cognome e l’ha distribuita nei diversi giorni della settimana, e così A-B-C il lunedì, C-D-E il martedì e così via. Una sola persona di famiglia ha avuto il permesso di andare, una volta alla settimana, a fare la spesa, potendo, se proprio necessario, mandare un altro membro di famiglia in un giorno diverso (sempre che il suo cognome iniziasse con una diversa lettera!). E’ facile comprendere che i Giovesi si siano sentiti un po’ perseguitati e un po’ presi in giro, dato che adesso, nella Fase 2, tutti i negativi certificati di Giove saranno invasi dagli asintomatici non certificati dei comuni limitrofi che, non avendo avuto casi gravi o ricoveri, si sono ben guardati dal fare screening di massa. Ma questa non è altro che una conferma.

Giove è davvero un altro pianeta.

 

Fonti dati :

Umbria domani http://www.umbriadomani.it/perugia/covid-tamponi-in-umbria-troppo-pochi-il-giudizio-degli-esperti-246313/

Il sole 24 ore https://www.ilsole24ore.com/art/tamponi-e-test-sierologici-armi-spuntate-fase-2-AD827UO

 

 

Vittima o superstite

A tutti succedono cose sgradevoli prima o poi. Quando ci sentiamo trattati male, accusati ingiustamente, quando ci sembra di stare in una specie di Armagheddon nel quale perdono stabilità tutti i nostri punti fissi, di solito attribuiamo a qualcun altro o a qualcosa di esterno la responsabilità di quegli avvenimenti. Abbiamo bisogno di cercare una spiegazione: “Perché a me?”, “Perché proprio io?”. E, normalmente, quando ci diamo delle risposte a partire da quel clima doloroso, prendiamo dei clamorosi abbagli.

A volte, effettivamente abbiamo subito dei soprusi, a volte invece, senza rendercene conto del tutto, ci siamo infilati in situazioni impossibili da risolvere che ci hanno portato al fallimento o al disastro.

Ma poi, in ciascuno dei due casi, la cosa veramente importante è come comprendiamo l’accaduto, come lo integriamo nei nostri vissuti, cosa impariamo, come ne usciamo.

Quando ci sentiamo delle vittime e ci portiamo dietro quella sensazione senza metterla mai in discussione, in realtà stiamo alimentando il nostro risentimento per quel qualcuno o quel qualcosa che, nel fondo, reputiamo sia il colpevole dei nostri mali, anche se fosse un essere intangibile come “il Destino”. Non lo diciamo, anzi, siamo pure capaci di perdonare pubblicamente chi, secondo noi, ci ha danneggiato, ma in realtà non è vero niente. E’ solo un gioco di ruolo che, mentre ci promette autoaffermazione e giustizia, ci fa perdere la dignità. La condotta della vittima ci porta a ripetere noiosamente certi comportamenti che, prima o poi, ci ributtano in una circostanza dolorosa. La vittima non chiede chiaramente un aiuto, nel fondo lo pretende degli altri, non parla mai chiaro perché è una forma di manipolazione operata toccando delicati interruttori delle viscere altrui. E siccome funziona, cioè, spesso la vittima poi ottiene ciò che vuole, e sembra che ciò le dia soddisfazione, questo comportamento si fissa come “positivo”. Però non basta mai, e allora, va di catastrofe in catastrofe per ottenere risarcimenti infiniti che, però, non sono capaci di soddisfare quella voragine di sofferenza che ormai si è creata.

Quando ci sentiamo dei superstiti, vuol dire che sentiamo che quello che ci è accaduto è una storia chiusa, quali che siano le responsabilità e l’apparente giustizia o ingiustizia che si sia fatta. Se ci sentiamo superstiti è perché abbiamo capito qualcosa, imparato qualcosa anche dalla circostanza più disgraziata o senza senso che ci è toccato vivere. La nostra dignità è intatta, siamo capaci di chiedere e di dare apertamente, con libertà e senza vergogna e, se qualcuno ci compiange o si addolora per noi, siamo capaci di fargli vedere gli aspetti positivi anche di quella esperienza. Il superstite è più consapevole, anche se soffre per ciò che gli accade, anche se effettivamente sta subendo una ingiustizia o se soltanto si è messo nei guai con le sue mani. Cerca la comprensione lucida, che a volte significa anche scoprire qualcosa di sé che non si voleva vedere e che la circostanza triste ha messo a nudo. A volte significa assumere l’inevitabilità di fatti che da fuori e da lontano parevano evitabili. E pure questo comportamento ha le sue conseguenze, perché, effettivamente, il superstite sa che è sopravvissuto a un evento che non si ripeterà mai nello stesso modo, che la vita lo porterà forse a nuove sfide, forse a conflitti e frustrazioni, ma sente una grande forza che lo accompagna. Quella forza si chiama riconciliazione.

Non importa quale sia la situazione che abbiamo vissuto, non importa quale sia la “verità”, che spesso è sfumata e sfuggente. Ciò che vale davvero è come affrontiamo e superiamo gli avvenimenti difficili o dolorosi della vita. Il nostro sguardo è ciò che più importa. Verso dove e verso cosa lo dirigiamo e come valutiamo, alla fine, la nostra esperienza.

Il boomerang dell’empatia

Cosa mi succede quando una persona a me cara sta male? Spesso l’affetto che provo mi porta a immedesimarmi nella sua situazione e immaginare quello che potrebbe provare. Si tratta di empatia, è normale.

Se la persona cara non è tanto vicina a me, al massimo le auguro di riprendersi, di migliorare, di guarire o quella che mi sembra la migliore situazione per lei e poi vado avanti per la mia strada. Ma, se la persona cara è qualcuno che mi sta molto vicino, è più facile che quella semplice empatia si trasformi in una identificazione più permanente. E così mi ritrovo a soffrire insieme a lei, anche se io non ho nessun problema di quel tipo. A volte riesco anche ad ammalarmi di qualcosa. E la persona cara non ne giova affatto. Si tratta di un circolo vizioso che mi incatena a una spirale di sofferenza dalla quale non è affatto facile uscire. Posso arrivare perfino a irritarmi molto e colpevolizzare la persona che sta male, anche per la mia sofferenza. Curiosa forma della coscienza umana per trovare una via di uscita.Stonhenge su lago

Non parlo per sentito dire e non dico di riuscirci ogni volta che vorrei, ma questo circolo vizioso si può riconvertire in un circuito di benessere che cresca per entrambi. L’ho sperimentato prima con le persone care più distanti da me e poi con quelle molto care ma distanti fisicamente. Ho iniziato, cioè, a pensare a loro almeno una volta al giorno, da quando sono stata informata del loro disagio. Ho pensato alla loro situazione, al loro problema, al loro malessere, fino a sentire quel filo di empatia che si produce quando riesco a mettermi nei panni di qualcun altro. A quel punto ho respirato profondamente e ho lasciato svanire quella immagine. Quindi ho iniziato a immaginarmi una situazione di benessere per loro, la migliore situazione che avrei potuto immaginare e ho cercato di immedesimarmi fino a che l’empatia non ha compiuto la sua funzione. Fino a che non ho sentito una reale sensazione di benessere dentro di me. Allora mi sono augurata, con tutto il cuore, che quella sensazione raggiungesse anche quelle persone care. Non so se ciò è accaduto in qualche modo, a volte ne ho il sospetto, ma certamente questa pratica semplice mi ha rafforzato e, quando ho incontrato di nuovo quelle persone, la loro presenza ha evocato in me quel sentimento positivo ed espansivo che ho conservato nella mia memoria. Ciò che ho cercato di inviare, con certezza mi è tornato indietro.

Fare questo con le persone molto vicine, affettivamente e fisicamente, è molto più difficile. La distanza spaziale e temporale si accorcia e il boomerang emotivo è molto più veloce.

Ma vale sempre la pena provarci.

 

Nota: Questo articolo è ispirato alla Cerimonia di Benessere inclusa nel libro Il Messaggio di Silo.

Ho finito!

Mi ha sempre incuriosito il fatto che spesso, quando siamo a tavola, nessuno vuole finire l’ultimo pezzo di qualcosa che sta su un vassoio alla portata di tutti. Casomai si divide di nuovo la porzione in pezzetti ogni volta più piccoli, ma lasciare il piatto vuoto, proprio no!calzone turco

E se provi a chiederlo, peggio ancora. “Vuoi finire quel po’ di frittata?”. Hai usato quella parola: finire. Impossibile. Bisogna ricorrere ai sensi di colpa. “E’ un peccato lasciare queste due foglie di insalata, questi due maccheroni, questa fettina di prosciutto”. E allora, con senso del sacrificio per la famiglia, qualcuno svuota il piatto.

Probabilmente è un’usanza che si mantiene dai tempi in cui il cibo scarseggiava e, allora, si doveva pensare bene a come suddividere il poco che c’era, per sfamare tutte le bocche. E magari era necessario frenare qualche affamato commensale che avrebbe spolverato tutto. Così, l’idea di “finire” è stata ammantata di senso di colpa, si è trasformata in un comportamento da maleducati. Chissà.

Io l’ho fatto un sacco di volte. Fin da piccola, l’idea di finire non mi ha preoccupato molto,  non ho neanche tolto di bocca niente a nessuno. Non è mai mancato il cibo sul nostro tavolo, anche questo è vero. Ma ultimamente mi sono soffermata molto sul senso del “finire”, soprattutto quando scrivo. Si tratta di una meravigliosa sensazione di liberazione. Si scarica una tensione che da tempo premeva da dentro. Si manifesta la certezza di aver compiuto una missione, non importa se in modo imperfetto, non importa il giudizio sulla sua esecuzione. Ciò che importa è quel sentire che è fatta, che è andata, che non c’è niente altro da fare in quel momento. Si è conclusa una esperienza e, quindi, tra poco ne inizierà un’altra!Bagno a Ripoli uliveto

Non è banale quello che sto dicendo, perché associare a qualcosa che finisce, un’altra cosa che comincia è quasi un argomento religioso. Non siamo così abituati, nonostante millenni di catechismo e nonostante tutte le scoperte scientifiche del secolo scorso: “niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma”. E invece noi continuiamo a pensare che quando una cosa è finita, è finita. Punto e basta. E lo viviamo come una perdita. Lo viviamo in modo doloroso.

Molte volte ho immaginato il momento della mia morte, e qualche volta l’ho pure sognato. Inizialmente era una immagine piena di tensioni, quelle che riconoscevo essere le mie tensioni più permanenti. L’immagine si fermava lì. Non vedevo come andava a finire. Ma negli ultimi anni quel film si è completato e, dopo la tensione iniziale, ogni volta meno dolorosa, appare quella sensazione di sollievo che caratterizza il fatto di finire qualcosa. L’atmosfera si acquieta, il sistema di tensioni si scioglie in un generale “va tutto bene”. E mi auguro davvero che sia così quando verrà il mio momento, che, all’ultimo respiro, io possa pensare solamente: Bene, anche questa volta, ho finito!

Cominciamo!

Carissimi amici vecchi e nuovi, finalmente cominciamo a far girare questo blog!

Ho pubblicato alcuni scritti e linkato quelli già pubblicati altrove e, nel frattempo, ho iniziato a scrivere anche su una Agenzia Stampa Internazionale fatta da volontari di diverse nazioni e continenti: Pressenza.

Inoltre ho cominciato a organizzare, insieme alla casa editrice Multimage, che ha pubblicato alcuni miei scritti in epub, un giro in Italia per cominciare a presentarli. Il primo libro a prendere vita in formato cartaceo sarà “A proposito di errore“, attualmente scaricabile per poche monete come ebook, o gratis in PDF.

Nella pagina Eventi di questo blog vi terrò permanentemente aggiornati sulle date, saremo certamente a Milano, Firenze, Amelia (TR), Napoli, Palermo e stiamo sondando altre possibilità. Se qualcuno vuole dare una mano a organizzare presentazioni in altri luoghi, non ha che da dircelo!

 

In evidenza

Con o senza parole

Il titolo di questo blog non è casuale. Non ci si rende conto del valore e del peso delle parole fino a quando non ci si trova in situazioni-limite. Parlo di situazioni in cui si evidenziano l’importanza e il senso delle parole, come nel caso della parola “razzismo”. Negli ultimi anni della mia attività sociale ho sentito dire troppe volte per strada: “Io non sono razzista, ma…” a cui seguivano affermazioni squisitamente xenofobe verso una o un’altra etnia o cultura. Quel ma abilitava qualsiasi affermazione.

Ma ci sono anche situazioni-limite in cui le parole iniziano a mancare. Non si sa più definire cosa stia accadendo a noi stessi o intorno a noi. A volte è lo stupore di fronte alla grande mostruosità o all’infinita meraviglia che ci toglie le parole e ci lascia senza fiato. Quando invece la mancanza di parole diventa patologica, si chiama afasia: l’immagine di quello che si vorrebbe indicare arriva alla mente, ma le manca la didascalia.

David sulle nuvole

Per mia fortuna e per lo sforzo cosciente che negli anni ho applicato,  varie volte sono rimasta sospesa fra le nuvole, senza parole, rapita dalla meraviglia inenarrabile, colpita dall’emozione ineffabile, colta dalla comprensione più inspiegabile. Finché avrò parole cercherò di raccontare queste esperienze e la visione delle cose che, successivamente, si è aperta un varco nel mio sguardo ignorante.