Vittima o superstite

A tutti succedono cose sgradevoli prima o poi. Quando ci sentiamo trattati male, accusati ingiustamente, quando ci sembra di stare in una specie di Armagheddon nel quale perdono stabilità tutti i nostri punti fissi, di solito attribuiamo a qualcun altro o a qualcosa di esterno la responsabilità di quegli avvenimenti. Abbiamo bisogno di cercare una spiegazione: “Perché a me?”, “Perché proprio io?”. E, normalmente, quando ci diamo delle risposte a partire da quel clima doloroso, prendiamo dei clamorosi abbagli.

A volte, effettivamente abbiamo subito dei soprusi, a volte invece, senza rendercene conto del tutto, ci siamo infilati in situazioni impossibili da risolvere che ci hanno portato al fallimento o al disastro.

Ma poi, in ciascuno dei due casi, la cosa veramente importante è come comprendiamo l’accaduto, come lo integriamo nei nostri vissuti, cosa impariamo, come ne usciamo.

Quando ci sentiamo delle vittime e ci portiamo dietro quella sensazione senza metterla mai in discussione, in realtà stiamo alimentando il nostro risentimento per quel qualcuno o quel qualcosa che, nel fondo, reputiamo sia il colpevole dei nostri mali, anche se fosse un essere intangibile come “il Destino”. Non lo diciamo, anzi, siamo pure capaci di perdonare pubblicamente chi, secondo noi, ci ha danneggiato, ma in realtà non è vero niente. E’ solo un gioco di ruolo che, mentre ci promette autoaffermazione e giustizia, ci fa perdere la dignità. La condotta della vittima ci porta a ripetere noiosamente certi comportamenti che, prima o poi, ci ributtano in una circostanza dolorosa. La vittima non chiede chiaramente un aiuto, nel fondo lo pretende degli altri, non parla mai chiaro perché è una forma di manipolazione operata toccando delicati interruttori delle viscere altrui. E siccome funziona, cioè, spesso la vittima poi ottiene ciò che vuole, e sembra che ciò le dia soddisfazione, questo comportamento si fissa come “positivo”. Però non basta mai, e allora, va di catastrofe in catastrofe per ottenere risarcimenti infiniti che, però, non sono capaci di soddisfare quella voragine di sofferenza che ormai si è creata.

Quando ci sentiamo dei superstiti, vuol dire che sentiamo che quello che ci è accaduto è una storia chiusa, quali che siano le responsabilità e l’apparente giustizia o ingiustizia che si sia fatta. Se ci sentiamo superstiti è perché abbiamo capito qualcosa, imparato qualcosa anche dalla circostanza più disgraziata o senza senso che ci è toccato vivere. La nostra dignità è intatta, siamo capaci di chiedere e di dare apertamente, con libertà e senza vergogna e, se qualcuno ci compiange o si addolora per noi, siamo capaci di fargli vedere gli aspetti positivi anche di quella esperienza. Il superstite è più consapevole, anche se soffre per ciò che gli accade, anche se effettivamente sta subendo una ingiustizia o se soltanto si è messo nei guai con le sue mani. Cerca la comprensione lucida, che a volte significa anche scoprire qualcosa di sé che non si voleva vedere e che la circostanza triste ha messo a nudo. A volte significa assumere l’inevitabilità di fatti che da fuori e da lontano parevano evitabili. E pure questo comportamento ha le sue conseguenze, perché, effettivamente, il superstite sa che è sopravvissuto a un evento che non si ripeterà mai nello stesso modo, che la vita lo porterà forse a nuove sfide, forse a conflitti e frustrazioni, ma sente una grande forza che lo accompagna. Quella forza si chiama riconciliazione.

Non importa quale sia la situazione che abbiamo vissuto, non importa quale sia la “verità”, che spesso è sfumata e sfuggente. Ciò che vale davvero è come affrontiamo e superiamo gli avvenimenti difficili o dolorosi della vita. Il nostro sguardo è ciò che più importa. Verso dove e verso cosa lo dirigiamo e come valutiamo, alla fine, la nostra esperienza.

Il boomerang dell’empatia

Cosa mi succede quando una persona a me cara sta male? Spesso l’affetto che provo mi porta a immedesimarmi nella sua situazione e immaginare quello che potrebbe provare. Si tratta di empatia, è normale.

Se la persona cara non è tanto vicina a me, al massimo le auguro di riprendersi, di migliorare, di guarire o quella che mi sembra la migliore situazione per lei e poi vado avanti per la mia strada. Ma, se la persona cara è qualcuno che mi sta molto vicino, è più facile che quella semplice empatia si trasformi in una identificazione più permanente. E così mi ritrovo a soffrire insieme a lei, anche se io non ho nessun problema di quel tipo. A volte riesco anche ad ammalarmi di qualcosa. E la persona cara non ne giova affatto. Si tratta di un circolo vizioso che mi incatena a una spirale di sofferenza dalla quale non è affatto facile uscire. Posso arrivare perfino a irritarmi molto e colpevolizzare la persona che sta male, anche per la mia sofferenza. Curiosa forma della coscienza umana per trovare una via di uscita.Stonhenge su lago

Non parlo per sentito dire e non dico di riuscirci ogni volta che vorrei, ma questo circolo vizioso si può riconvertire in un circuito di benessere che cresca per entrambi. L’ho sperimentato prima con le persone care più distanti da me e poi con quelle molto care ma distanti fisicamente. Ho iniziato, cioè, a pensare a loro almeno una volta al giorno, da quando sono stata informata del loro disagio. Ho pensato alla loro situazione, al loro problema, al loro malessere, fino a sentire quel filo di empatia che si produce quando riesco a mettermi nei panni di qualcun altro. A quel punto ho respirato profondamente e ho lasciato svanire quella immagine. Quindi ho iniziato a immaginarmi una situazione di benessere per loro, la migliore situazione che avrei potuto immaginare e ho cercato di immedesimarmi fino a che l’empatia non ha compiuto la sua funzione. Fino a che non ho sentito una reale sensazione di benessere dentro di me. Allora mi sono augurata, con tutto il cuore, che quella sensazione raggiungesse anche quelle persone care. Non so se ciò è accaduto in qualche modo, a volte ne ho il sospetto, ma certamente questa pratica semplice mi ha rafforzato e, quando ho incontrato di nuovo quelle persone, la loro presenza ha evocato in me quel sentimento positivo ed espansivo che ho conservato nella mia memoria. Ciò che ho cercato di inviare, con certezza mi è tornato indietro.

Fare questo con le persone molto vicine, affettivamente e fisicamente, è molto più difficile. La distanza spaziale e temporale si accorcia e il boomerang emotivo è molto più veloce.

Ma vale sempre la pena provarci.

 

Nota: Questo articolo è ispirato alla Cerimonia di Benessere inclusa nel libro Il Messaggio di Silo.