Silo

(da Nove Storie – inedito)

Come si può parlare di una persona così speciale senza sembrare dei fanatici? È molto difficile.

Ma credo che tutti quelli che hanno potuto conoscere Silo di persona, siano testimoni di ciò che provocava la sua presenza. Riesco, per questo, a comprendere la straziante mancanza che ha prodotto la sua morte, in coloro che più gli erano vicini. Però non è il mio caso. Al contrario, da quando se ne è andato, a me sembra di averlo qui accanto a me e, ogni volta che leggo qualcosa della sua impressionante opera, mi sembra di sentire la sua voce che pronuncia quelle parole.

Io non ho avuto occasione di conversare da sola con Silo e non me ne rammarico perché, evidentemente non faceva parte della mia storia, ma molti miei cari amici gli erano molto vicini.

Silo era un uomo realmente evoluto. Non so come si immaginano gli altri l’evoluzione dell’essere umano, io me la immagino così, come lui.

Un piccolissimo esempio, per cercare di spiegare la sensazione particolare che la sua vicinanza scatenava nella gente. La prima volta che l’ho avuto a mezzo metro per qualche ora, eravamo poco più di una decina di persone, d’estate a una cena organizzata da alcuni membri del Movimento Umanista. Fui invitata e mi recai volentieri all’appuntamento. Fino a quel momento, a parte il saluto affettuoso che riservava a ogni persona durante gli incontri pubblici, il contatto diretto con Silo era stato pressoché inesistente. Studiavo, praticavo e diffondevo con entusiasmo il suo pensiero, ma il mio profondo anarchismo e ateismo non mi avevano permesso di pormi in un atteggiamento di adorazione. Quindi ero molto curiosa ed eccitata per quell’incontro.

Mi sedetti nel posto di fronte a lui, che era libero e lo osservai con accuratezza durante tutta la cena, nella quale ridemmo molto. Fantastico istrione e capace di mixare argomenti e sguardi diversi sullo stesso argomento in modo realmente magistrale. E fino a qui tutto normale, anche da lontano queste sue facoltà erano chiaramente visibili. Ma a un certo punto qualcuno gli chiese di parlare della morte. Cambiò il tono del pubblico e, dopo poco, lui ci chiese in modo diretto, come se fosse un indovinello, quale era la cosa, secondo noi, più simile alla morte. Si fece silenzio. A me venne spontanea la risposta ma attesi che qualcun altro lo dicesse, come spesso facevo. Nessuno diceva niente e adesso lo comprendo, ne comprendo il perché. Moltissime persone, di fronte a quella relazione così diretta, andavano completamente in confusione e, prima di riprendersi e rimettere in moto la macchina mentale, passava del tempo. Ma io, in quel momento, ero ancora in fase di osservazione, intellettualmente reattiva, non mi ero ancora emozionata davvero, e quindi gli risposi, quasi sottovoce: “la nascita”. Si voltò lentamente verso di me e mi guardò negli occhi, con una espressione di un interesse e di non so quale altro sentimento che non so spiegare, e mi chiese dolcemente come mai avessi risposto così. Perché la morte, secondo me, assomigliasse alla nascita. In quello sguardo sentii una specie di scanner che poteva vedere in trasparenza fin dentro ai miei pensieri e sentimenti più intimi, una sensazione veramente strana, di una empatia fisica, percettibile, fluida. Una sostanza eterea si muoveva verso di me e si univa con la mia sostanza che era quieta e in posizione ricettiva. Non c’era pressione, non era una sensazione di intrusione di qualcosa dall’esterno, era piuttosto una fusione di sostanze della stessa natura. Abbiate pietà di me! È davvero troppo difficile da descrivere. Però ero perfettamente rilassata in quel momento e con le idee chiare. Così gli cominciai a spiegare perché dicevo quello che dicevo, anche se con un tono abbastanza sommesso, dato che non mi aspettavo proprio di trovarmi in quella situazione. Ero partita con l’idea di osservare, studiare quell’essere da vicino e rimanere nella mia comoda penombra. Ma il tema della morte era sempre stato un tema di grande interesse esistenziale per me, fin da quando ero adolescente. Inoltre, avevo lavorato alcuni anni anni nel campo socio sanitario e mi era toccato di assistere delle persone vicine alla morte, già diverse volte.

Allora gli raccontai la mia esperienza più recente, quella dell’ultima visita alla mia zia morente, che avevo assistito da vicino durante tutta la fase terminale. Lì accadde qualcosa di speciale e mi sembrò di vedere che lei, già in agonia, quando era più in contatto con questo mondo materiale, vedeva me e le cose accanto a lei e soffriva, perché il suo corpo si stava arrestando in tutte le sue funzioni. Ma, a questa situazione sofferente, si alternavano momenti in cui il suo sguardo si lanciava verso una differente visione e il suo volto si rasserenava completamente. Cosa stava vedendo? Interpretai quell’espressione come l’inizio del contatto con una dimensione diversa, una dimensione fisica ed energetica differente, un altro mondo. E questo era, secondo me, un meccanismo di nascita, come anche immaginavo dovesse accadere a chi usciva dall’involucro acquoso e protettivo dell’utero materno.

In poche parole raccontai a Silo questa mia deduzione, mentre continuavo a sentire la sua presenza curiosa e affettuosa fuori e dentro di me. Quando smisi di parlare mi guardò con un’espressione di una bontà commovente e una vicinanza che non ci sono parole per descrivere. E disse qualcosa come: “Sarebbe bello, se fosse così…”. Poi la conversazione proseguì, anche altri espressero le loro esperienze ma ne ho poca memoria, tutto è avvolto da una nebbiolina. Verso la fine, l’incontro riprese i toni allegri dell’inizio. Io tornai a casa destabilizzata, internamente accelerata e piena di una sensazione di gioia, mista a pace e a un amore immenso che straripava. E quell’aneddoto si fissò fortemente. Dopo svariati mesi incontrai di nuovo Silo, questa volta durante un evento pubblico, e quando andai a salutarlo mi guardò con ilare sorpresa e mi disse “Che gioia vederti!” e questo fu il saluto che, durante i successivi anni ci scambiammo in quelle occasioni sociali. Non ci fu mai più un’occasione analoga a quella cena, anche se altre volte mi trovai di fronte a lui in qualche tavolata. Ogni volta che lo rivedevo, anche da lontano, saliva dentro di me quella “destabilizzazione” che non sapevo descrivere con parole adeguate e che alterava il mio stato .

Solo molto più tardi, dopo aver studiato in modo più approfondito la sua spiegazione degli stati alterati e di quelli ispirati della coscienza, ho compreso ciò che mi era accaduto. Si trattava di uno di quegli stati ispirati. Silo era capace, semplicemente con la sua vicinanza e il suo interesse, di accelerare i processi interni di altre persone, sempre che queste persone desiderassero di evolvere, certo.

Questo significa, per me, essere evoluti.

Silo è stato e continua a essere una grande guida e un grande Maestro per molte persone, me compresa, e la sua opera prosegue dentro di noi e attraverso i nostri atti ispirati.

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